sabato 30 dicembre 2006
Gianna per tutti
Gianna per tutti.
E quando si dice per tutti è proprio per tutti.
Peccato che il nome suo era un altro e nessuno sa quale. Comunque: la chiamavano così e lei si girava.
Trentotto anni, Gianna. Al massimo 40.
A piazza Maggiore la conoscevano tutti: fastidio, a nessuno. Semmai se poteva, lei dava una mano.
Mondo di tutti e quello della strada solo di chi lo sa capire e sentire. Lei la scommessa l’aveva vinta e senza troppa fatica. Si può vivere tra gli altri anche se lo pensi solo tu, e per qualcuno che s’allontana o si imbarazza c’è chi si ferma e due parole le scambia e magari si fa pure cadere un euro dalla mano. Ma senza farsi vedere, se no poi si incentiva certa forma di degrado.
Stessa aria, stesso freddo, stesso caldo.
Bello quando quel ragazzino s’era fermato: un sorriso come quello non te lo dimentichi più. Perché va così: che il calore bisogna darselo da soli. Come quando viene la sera e poi la notte, che l’aria è fredda e il giornale non basta più. E magari devi pure alzare il culo e andare a chiedere qualche cartone al ristorante prima che chiude.
Le storie di Gianna. Magari poterle sentire ancora.
E alla fine c’aveva pure una figlia. Che profumava e che gli tintinnavano tutti i gioielli. Gliel’ha detto Marori. Era venuta per il riconoscimento e pare che quando il questore l’ha vista c’è rimasto perché mica se l’aspettava che certe figlie possono essere così diverse dalle madri.
Comunque lui non c’era voluto andare. Meglio Marori, la conosceva meno.
Però la curiosità gli era rimasta, di come si chiamava davvero Gianna, bruciata viva da un paio di teppisti che cercavano una serata diversa. Oppure solo seminare terrore tra i barboni di Bologna.
E mentre morde il panino al bar si immagina il fuoco e risente il bracciale che sbatte sul tavolo.
E c’ha freddo ma giusto un attimo, perché non è il primo caso che gli capita e non sarà certo l’ultimo.
© Chiara Lico
Viaggi nel Sud
Ho scritto questo articolo nel 2000. Ed è stato pubblicato sul settimanale Caffè Europa.
Allora la pizzica salentina e il fenomeno delle tarantate in genere non erano conosciuti come oggi.
Eppure quel mondo mi parve interessante.
Tanto che decisi di approfondire l'argomento, scrivendo una serie di articoli. Questo è il primo.
Il Sud. Quello della festa, quello del pianto, quello del canto. Il Sud simbolico, rituale, favoloso. Quello dei guaritori e delle loro clientele accanto a quello del gioco della falce, del lamento funebre, della malattia magica. Ma anche quello mitico e fuori dal tempo, come un muro assolato, un vecchio che aspetta, lo scialle di una donna. Il Sud del tarantismo, che vibra al suono del violino e del tamburello, che soffre ballando. Che ballando rinasce. Il Sud fermo lì: difficile e senza scelte, senza scampo. Come un bianco e nero senza possibilità di riscatto.
A permettere di rivisitare il Meridione degli anni Cinquanta attraverso gli scatti di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi è la mostra fotografica I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino ospitata, fino al 28 maggio, a Sesto Fiorentino presso la villa S. Lorenzo al Prato. Nata da una collaborazione tra l'Istituto Ernesto de Martino e Bollati Borighieri Editore (per i cui tipi è uscito il prezioso volume che da il titolo alla mostra), l'iniziativa punta i riflettori sull'espressività popolare e, soprattutto, sul particolare metodo di ricerca con il quale de Martino anticipò quella che oggi è definita "antropologia visuale". "Curiosa. Definirei così questa mostra, perché accanto alla povertà dei mezzi e all'aspetto espositivo quasi inesistente riesce a regalare una forte qualità di immagini, frutto dell'impegno di fotografi che sapevano guardare la realtà".
Clara Gallini, etnologa e presidente dell'associazione internazionale intitolata al grande studioso, spiega così quest'iniziativa che, aggiunge, "ha una duplice importanza" perché "accanto all'idea di un percorso culturale che guarda al passato per comprendere il presente, si sente forte la spinta all'approccio con mondi diversi. Significa che c'è bisogno di confrontarsi e, soprattutto, di prendere coscienza del metodo conoscitivo cui si è fatto ricorso. Non basta dire che a emergere è la memoria di un passato contadino o la necessità di rivedere come si era prima: quello che viene fuori è la volontà di una ricostruzione. Anche attraverso un appello al simbolismo e al rito".I viaggi di de Martino, dall'inchiesta a Tricarico (1952) alla "spedizione" in Lucania (1952), fino alla ricerca sul tarantismo nel Salento (1959), effettuati in condizioni precarie per tempi e circostanze, furono organizzati al solo scopo di conoscere una realtà dall'accesso culturale difficile, tanto da richiedere la mediazione di Vittoria de Palma, il cui apporto fu determinante nel facilitare l'approccio con la popolazione locale, soprattutto con le donne. E' grazie a queste incursioni "in un altro pianeta", come lo definì lo stesso de Martino, e al materiale fotografico che ne è derivato che oggi è possibile osservare e conoscere un'altra realtà "esotica", assolutamente lontana dall'omologazione dello sviluppo. Il che non ha significato limitare il campo di studio al solo Sud dell'Italia: la ricerca dell'espressività popolare è un percorso analitico che attraversa tutta la penisola. Ivan della Mea, presidente dell'Istituto Ernesto de Martino, fondato da Gianni Bosio sulla base degli insegnamenti del grande etnologo e della sua équipe per proseguire e incentivare le ricerche da loro intraprese, non crede che ci siano confini di cui tener conto. "Dal punto di vista metodologico, ci occupiamo di tutte le forme espressive autonome a livello di base, sia del contadino che dell'urbano: il nostro scopo è quello di garantire, in Italia, l'indirizzo scientifico della storiografia orale". Della Mea non esita però a palesare le grandi difficoltà d'accettazione che questo metodo comporta in un panorama di studio fedele ai metodi classici e fin troppo resistente a quelli sperimentali: "E' ovvio che qualsiasi studio, per accettare questo punto di vista, deve mettere in discussione alcune delle categorie sue proprie. E qui ci sono forti resistenze".
Il presidente dell'Istituto si dice scettico nei confronti delle riscoperte cicliche dell'etnografia. Piuttosto, preferisce come campo d'azione quello di una ricerca globale che tenga conto dei processi di sviluppo e che cerchi la registrazione dei fenomeni in progressione. In questo senso, uno dei terreni d'analisi privilegiati è la musica, soprattutto "la canzone popolare", fondamentale perché è stata, ed è, "strettamente correlata alla vita dei popoli contadini". Ma proprio per questo "va assolutamente contestualizzata", precisa della Mea: non va dimenticato che questa musica, sottratta al suo ambiente, perde senso e ragione di essere. Non è un caso, infatti, che organismi come l'Istituto de Martino, autofinanziati e forti delle risorse di chi vi si adopera, collaborino con associazioni indipendenti come la Società di Mutuo Soccorso di Venezia, la Lega di cultura di Piadena o l'Associazione Aramiré, impegnata, oltre che nella pubblicazione di libri e nell'approfondimento di un percorso di rivisitazione storica che va dagli anni Settanta a oggi, nella divulgazione di musica popolare salentina. "La musica è determinante in operazioni di ripristino e di diffusione di culture specifiche perché rappresenta un momento di sintesi delle realtà di cui è portavoce e di quelle popolari in particolare" spiega Luigi Chiriatti, presidente di Aramiré e leader dell'omonimo gruppo musicale nato nel 1996. Una musica regalata "tutta dagli altri, dagli anziani". Lui stesso racconta di aver imparato dagli antichi cantori, "ma adesso inizia a essere diverso: si possono frequentare corsi di tamburello e anche a scuola si insegna ai ragazzi a non perdere le loro tradizioni. Bisogna evitare che si ripeta ciò che è avvenuto al canto polivocale, troppo trascurato e ingiustamente". Ma il dialetto, in questo senso, che ruolo gioca? Chiriatti, che riconosce come guida degli Aramiré la lezione e l'insegnamento di de Martino, non lo vede vincolante o limitativo per la diffusione di una cultura e dei valori che le appartengono: "La musica è musica. E, banale a dirsi, prima di tutto va suonata: lo si può fare bene o male. Una cosa è certa: se non c'è partecipazione, non dipende dal dialetto. Che comunque funziona e va mantenuto". Questa musica: un tesoro ereditato per diritto. Un gene trasmesso senza saperlo. Potente e maledetta: che non può andare persa e non può arrivare lontano. Ma che forse neanche vuole. Aramiré. Che nell'orecchio resta, come suono. Sì, ma che cosa vuol dire? "Nasce da una filastrocca che diceva proprio così: aramiré, aramiré...una filastrocca che non credo avesse alcun senso o se ce l'aveva non ho mai saputo quale fosse".
© Chiara Lico
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lunedì 18 dicembre 2006
Tutti i banchi di Piazza Navona *
Presepi doc e magliette di Totti.
China style e ciambellari (indiani).
Ma la Befana dov'è?
La leggenda vuole che una sera di un inverno freddissimo, bussarono alla porticina della casa della Befana tre personaggi eleganti: i Re Magi che, da molto lontano, si erano messi in cammino per rendere omaggio a Gesù. La vecchietta non si unì a loro perché aveva troppe faccende da sbrigare. Quando decise di raggiungerli, non riuscì più a trovarli. Così bussò a ogni porta lasciando un dono a tutti i bambini nella speranza che uno di loro fosse Gesù. Da allora ha continuato per millenni, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio a cavallo della sua scopa …E’ tra i personaggi più amati da questa città e a piazza Navona è la regina delle bancarelle. I regali, per i romani veri, li porta lei. E così, se i luoghi evocano delle immagini, piazza Navona è la Befana.
Martedì 5 novembre. È una giornata primaverile, se non fosse che siamo sotto Natale. Sono venuta qui con la troupe per realizzare un servizio che racconti questa piazza: un bazar all’aperto dove c'è un po’ di tutto. Eppure oggi trovare anche una sola befana artigianale è impossibile persino qui, a piazza Navona. "Non le prendiamo più quelle italiane: perché non si vendono. Meglio quelle straniere", ci spiega uno dei tanti ambulanti. Accanto a lui, uno dietro l'altro si susseguono gli stand gestiti da indiani e arabi.
Piazza Navona è anche questo: uno spettacolo che cambia ogni anno. Aumentano i visi, si diversificano i lineamenti: le mani di chi mette in ordine calze e peluche sono quelle di due ragazzi del Bangladesh..."loro sono bravi, lavoratori. Quello che va detto, va detto. Io quando arrivo la mattina gli porto la colazione: perché la notte qui è freddo, altroché". Roberto Alferoni si sfrega le mani: una famiglia di artigiani del presepe. Suo padre, Achille, si porta appresso una vita che si intreccia con quella di questa piazza.
Ormai il signor Achille mi saluta: “Anche quest’anno eh…”
“Anche lei, mi sembra”. Ormai ci incontriamo sempre nel periodo natalizio. Perché Piazza Navona è una tappa obbligata per i telegiornali, sotto Natale. Anche gli artigiani si abituano alle interviste. Ma il signor Alferoni non ha bisogno di diventare famoso. “Facciamo presepi da sempre. Pensi – abbassa la voce – stiamo qui a Piazza Navona dal 1870. E prima ancora, a Sant’Eustachio, gli avi miei ….Poi quando ci fu la situazione degli studenti, vennero qui, principe Dorio li ricacciò via. Poi loro tornarono ancora…”
Mi piace parlare con Alferoni. Anche per via di quella sua calata romana che alla fine svirgola verso l’alto.
“Io c’avevo due mesi….mia madre – racconta – aveva messo su un fuocherello e mi aveva lasciato lì vicino per farmi scaldare. A un certo punto, una ventata….e momenti vado a fuoco…”. Chiacchiera, il signor Alferoni. E racconta. Di quella volta che suo padre - lui e la sorella erano piccoli - ha gettato un malintenzionato nella fontana. Intanto intorno a noi, aumenta il via vai di gente mentre raccolgo le sue riflessioni su come il commercio è cambiato.
“Che cosa le devo dire? Non posso neanche parlare tanto…tutti dobbiamo lavorare, certo. Ma io sono uno all’antica. Mi piace ricordare questa piazza com’era prima. Qua, dove ti giravi ti giravi, era tutto artigianato. Magari ci venivano da Murano, da Sorrento. Ma la qualità c’era…”
Sotto sotto c’è aria di polemica. Non si può sopportare che un presepe fatto a mano condivida la piazza con le magliette dei giocatori di calcio. Guardiamo l’esposizione di Alferoni, i suoi gioielli di sughero: 6-700 euro il presepe più piccolo. Ma si può arrivare anche a 25mila euro. "Dipende da quello che ci metti dentro", spiega il figlio. E così scopriamo che sono le casette a far salire il prezzo: per questa ci vogliono 20 giorni di lavoro...solo loro le fanno così. Qui si colora tutto a mano: persino le pieghe delle gonne dei personaggi femminili sono lavorati di fino. Ci incuriosiamo: chiediamo quanto viene la massaia che batte i panni in finestra....sui 60 euro....
E' così piazza Navona: il buono lo paghi. Il bello lo trovi dappertutto e non vale la pena arrivare fin qui. E ci sfugge un sorriso quando vediamo una troupe straniera affascinata dalla giostra dei cavalli...di certo non sanno che l'anno scorso era stata al centro di polemiche a non finire e che non la si voleva per evitare di far apparire quello che fu lo stadio di Domiziano come un bislacco circo all'aperto. Ma va bene così. Evidentemente.
Perché Piazza Navona è anche questo, oggi: la giostra dei presepi, delle calze, delle cineserie imperanti e delle tante magliette dei giocatori di calcio. Il regno dei torroni, delle noccioline, dello zucchero filato.
Delle bambole appese e dei palloncini ancorati a terra. I ritrattisti, ci sono. I giapponesi che scattano foto, ci sono. I ciambellari, ci sono. Vengono dall'africa o dall'india, ma ci sono.
I violinisti, i mimi, i saltimbanchi: tutti presenti, come le 60 nuove bancarelle colorate di verde stabilite in accordo con la soprintendenza.
E allora c'è tutto: perché il mercatino è sovrano. Con decoro, ma con poco artigianato. Piazza Navona, oggi. In mostra così fino al 6 gennaio. Poi si smonta. E ci si prepara per il trucco. Perché il 2007 scocca il fatidico restyling: la piazza si fa bella e con 1 mln di euro abolisce il marciapiede centrale.
* Questo articolo è il testo del servizio televisivo che - corredato di immagini e musica - è stato trasmesso da RaiTre nel Settimanale della Tgr andato in onda il 16/12/2006
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lunedì 11 dicembre 2006
REPORTAGE
Via Gordiani, un giorno al campo nomadi
Sasha e Liuba, 17 e 16 anni. Marito e moglie da poco e genitori tra qualche mese. Chi li ha conosciuti racconta che stavano sempre insieme. E insieme sono usciti anche dalla chiesa: ognuno di loro in una bara bianca. Sono morti sabato scorso, ustionati dalle fiamme che hanno divorato il container in cui dormivano.
Campo nomadi di via Gordiani, al prenestino. Il giorno in cui ci vado per la prima volta è una calda giornata di agosto. Devo realizzare un servizio per il telegiornale. Si suda già alle sette del mattino. Io e Simone Trentini, l'operatore che lavora con me, dobbiamo incontrare i carabinieri di Centocelle: ci accompagnano loro, l'appuntamento è in caserma. Da lì ci muoveremo con la loro macchina.
Arriviamo pochi minuti prima delle sette, parcheggiamo e ci annunciamo. Aspettiamo che un travestito e una signora facciano una denuncia e poi è il nostro turno.
Ci muoviamo dalla caserma un'ora dopo.
La prima frase di chi ci riceve è: "ieri il ministro e oggi la stampa. Che cosa c'è dietro?". Il giorno prima s'era scomodato Giuliano Amato. "Amato in visita al campo di via Gordiani", si leggeva sui giornali. Promesse, speranze e strette di mano.
Tre mesi dopo Sasha e Liuba morivano in un campo nomadi in cui non c'è un estintore. Chi ha provato a spegnere le fiamme si è aggrappato all'unico filo di speranza che ha trovato. E questo filo era un tubo di quelli che si usano per innaffiare le vaschette sui balconi dei palazzi residenziali.
Quando io e Simone arriviamo a via Gordiani lui mi fa subito un cenno: non c'è bisogno che parli. Ormai ci capiamo: mi avverte che si allontana, va a girare qualche esterno. Lui fa così: per evitare che se succede qualcosa o che se c'è qualche fuori programma, poi si resta senza materiale.
Io rimango con i due agenti in borghese: se non sapessi che sono carabinieri, li eviterei. Il loro aspetto non è rassicurante. Ma anche questo fa parte del gioco.
Entriamo dalla parte dei serbi. Perché questo campo è diviso in due parti delimitate da una rete. Al centro della rete c'è un cancello. Chiuso con catena e lucchetto. Dall'altra parte della rete ci sono i bosniaci.
Il muro non se lo sono tirato su di comune accordo, le due parti.
"Quelli che stanno di qua sono più tranquilli", mi dice uno dei due carabinieri indicando i serbi. E quindi ecco perché avevano voluto il muro: non ci stavano a mischiarsi, volevano impedire a chiunque di fare di tutta l'erba un fascio.
Quando entriamo, una macchina viene nella nostra direzione: i due, uno al volante, l'altro al posto di guida, si guardano. Frenano, accostano. E fanno segno a chi guida la macchina di fermarsi. E' un ragazzo sui trentacinque anni. Gronda di sudore. Fa caldo, è vero. Ma si capisce che quello è un altro sudore. "Sono venuto a trovare un amico", spiega. "Un amico, eh?", incalza uno dei due carabinieri.
Il campo nomadi di via Gordiani è il centro di spaccio della zona. Poca cocaina - qui non girano tanti soldi - , poco crac. Soprattuto eroina. Ci vengono anche quelli iscritti al sert, come quel ragazzo. Qui si vende morte, si sa che si vende morte e si tollera.
I primi a tollerare sono quelli del quartiere. Le periferie a Roma sono anche questo: luoghi di sopportazione. Portano pazienza, le periferie.
"Uno dei motivi per cui un campo nomadi non lo trovi ai parioli è anche questo - mi spiega uno dei due in borghese - : le persone non sono capaci a sopportare, non sono sensibili ad accogliere".
Simone intanto mi ha raggiunto. Ci accorgiamo che ci spiano dai vetri dei container, ma appena ci avviciniamo le tendine tornano al loro posto. La telecamera mette paura.
(segue....)
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giovedì 7 dicembre 2006
Denada

Questo racconto ha vinto la prima edizione del premio Enzimi 1997 ed è stato pubblicato nella raccolta Scrittura Fresca (ottobre 1997)
DENADA
Anna sei bella. Quarantun anni e sei ancora bella. Non gli hai dato mai dispiaceri tu, ai tuoi. Ti sei sposata giovane ma lui era bravo e a tua madre piaceva. Anna quest’Albania non è più come prima ed è difficile accettarlo. Prima ti impiccavano se ti mettevi l’orologio o la giacca, adesso girano tante di quella macchine rubate che sembra l’America.
Troppi cambiamenti, troppe novità e tu non ce la fai a stare dietro a tutto.
Anna che sei nata e cresciuta a Fier, periferia della periferia che adesso è più vuota di prima. Eterno polverone dove i ragazzini anneriti simulano la guerra e non lo sanno. Dove fanno a gara a chi mira meglio coi sassi i vetri degli edifici disabitati. Dove i vecchi-giacche ruvide e canottiera stanno pomeriggio dopo pomeriggio a bere nei bar. Sono sporchi questi vecchi, ma a nessuno gliene frega. Anna, due figli: le uniche cose. La prima, Denada. Ti ci fermavano per strada per dirti quant’era bella e tu a casa te la riguardavi e ti venivano le lacrime agli occhi. Poi il secondo, moro come te. Tu eri già madre, prima ancora che nascessero e pure le mutande ti saresti tolta per loro. Anna, non li hai fatti mai i debiti e la ringrazi la gente brava che t’ha aiutato; hai spaccato il soldo, tu, e lo sai che cosa vuol dire. Ma solo una cosa ti importava: dovevano studiare e andarsene di lì.
Poi d’un tratto Denada che non parla più, tu la guardi, bionda e occhi azzurri, non sembra manco figlia tua, dentro di te la capisci, pure tu scapperesti. Quando-ti-sarai-sposata-te-ne-andrai, le ripeti, ma in fondo speri tardi perché lo sai che il matrimonio è fare la serva dentro casa.
Anna che la vedi lì, buttata davanti alla televisione, svogliata, rubata da un’Italia troppo lontana, faresti qualcosa, gliela fabbricheresti tu, colle tue mani se potessi, una vita migliore. Ma ci pensa Agim. Bastardo che se ce lo avessi davanti lo sapresti tu che cosa fargli, e sapevi pure che non ti piaceva.
Anna.
Che soprattutto sei madre. E una madre certe cose le sa, le sente, c’ha un istinto che gli dice i sapori, gli odori. Quelli veri. E Agim puzzava di merda. Ma lei non ti ascoltava, non ti faceva neanche parlare. Succede tutto prima che tu te ne accorga: te la prende di mira all’uscita di scuola, è bello, elegante, falso come quelli che lei vede tutti i giorni in televisione. Ma lei questo non lo sa. Sembra ricco e quei capelli sanno d’Italia.
E Italia sia.
Ma tu alle favole non ci credi più. Il tempo ti ha dato il tempo di fartici rinunciare e lo sai, tu, che niente di ciò che si ottiene facilmente dura a lungo, e allora perché lei non ti ascolta, non hai fatto niente, tu, in tutti questi anni da poterti meritare un po’ di fiducia?
Ma tu alle favole non ci credi più. Il tempo ti ha dato il tempo di fartici rinunciare e lo sai, tu, che niente di ciò che si ottiene facilmente dura a lungo, e allora perché lei non ti ascolta, non hai fatto niente, tu, in tutti questi anni da poterti meritare un po’ di fiducia?
Poi avresti saputo che tua figlia voleva farti una bella sorpresa, sposandosi senza avvertirti, avresti saputo che quel sogno dell’Italia era in realtà un viaggio verso la prostituzione, che Agim ne era il responsabile.
Avresti saputo che adescava ragazzine, gli prometteva il matrimonio e le sbatteva a Vicenza, in mano ai papponi.
Solo più tardi avresti saputo che la sua sorpresa era stata peggiore della tua. Anna madre che cosa ti rimproveri, tu, che non glielo potevi toccare, anche se avevi capito, anche se avevi sentito?Poi all’improvviso non la trovi più.
Anna che la rivivi quella scena, mentre la racconti: Anna che guardi fissa un punto e ti si strozza la voce; Anna che te la rivedi davanti quella porta spalancata, Anna che ti sorge il sospetto e subito lo butti via; Anna che cominci a correre, a chiamare, a gridare, a strillare, che sei pazza; Anna che ti devono tenere che sembri un ossesso; Anna che in un secondo ti vengono in mente tutti i discorsi, quanti discorsi, tanti discorsi, troppi, forse e poi…
Stop.
Oggi sta dalle suore. La vai a trovare ogni martedì e quando esci ti viene da vomitare. E’ sempre bella, e ti si gonfiano gli occhi, sembra lo stesso viso di quando ti fermavano per strada e ti dicevano “quant’è bella, che Dio la benedica”. Ma tu la guardi e lo vedi che non è più lo stesso.
Perché tu sei la madre. Fine dell’ora, raccogli le cose. Una carezza e pensi che-gentile-la-madre-superiora-che-ci-aiuta-proprio-in-questo-momento. Ma sei tu la madre. Sei tu la madre. Sei tu, la madre.
Ti schiaccia questo peso. Ti avvii verso casa, i passi lenti e pesanti, uno dietro l’altro. D’un tratto ti fermi, immobile, come se avessi dimenticato qualcosa. Giri su te stessa, torni indietro decisa. Ti avvicini al marciapiede, lo fissi e per non dar tempo alle lacrime di uscire, con tutta la rabbia del mondo ci sputi sopra.
© Chiara Lico
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mercoledì 6 dicembre 2006
Cronache di vite imperfette
Le mie sono storie di persone imperfette che agiscono e subiscono in modo imperfetto. Frammenti di cronaca che a ognuno può capitare di cogliere nelle fessure della vita, briciole di attualità che ho voluto rimpastare.
Da questo lavoro è nata una raccolta di racconti: Cronache di vite imperfette.
Da questo lavoro è nata una raccolta di racconti: Cronache di vite imperfette.
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