Due parole su Pieffe, il protagonista di Zitto e scrivi. Quando questo personaggio nacque, ormai cinque anni fa, la sua figura era solo ipoteticamente quella di un precario. Il mondo del lavoro, allora, non restituiva simoboli come questo. Tuttto era in nuce, ma ancora celato. Lo sfacelo delle professionalità esordienti si percepiva in penombra. Non a caso mi venne detto, in più di un'occasione, che lo scenario che raccontavo era falsato, esagerato, non verosimile. In parte era vero: io amplificai ed estremizzai i contorni di una situazione che sentivo andare alla deriva. E immaginai con quel viso e quel carattere l'inetto dei tempi moderni. Pieffe per me non doveva essere vero, ma verosimile. L'icona del precario.
A cinque anni di distanza da quando ho dato vita a Pieffe la sua vicenda risulta realistica. Questa è per me la maggior soddisfazione. E immaginate come posso essermi sentita quando Vincenzo Mollica ha definito "solo apparentemente surreale, ma in realtà vera" la vicenda del povero Perfettino. Ringrazio molto il giornalista del Tg1 perché grazie alla sua recensione sarà forse possibile divulgare con più energia il processo di deriva che coinvolge, in Italia, l'avvio alla professione.
Doreciakgulp 25.03.2007 - Tg1 delle 13.30
lunedì 26 marzo 2007
domenica 18 marzo 2007
ZITTO E SCRIVI A RADIO3
Con Zitto e scrivi il 17 marzo marzo ho partecipato in diretta alla trasmissione Fahrenheit nell'ambito di Galassia Gutenberg.
Sono stata invitata sulla postazione di RadioTreRai, allestito all'interno della manifestazione.
Dapprima ho parlato dell'esperienza del treno di libri che da Roma ha portato scrittori e lettori a Napoli e poi si è discusso del rapporto letteratura-impegno sociale con riferimento a Zitto e scrivi. Un'esperienza indimenticabile
Sono stata invitata sulla postazione di RadioTreRai, allestito all'interno della manifestazione.
Dapprima ho parlato dell'esperienza del treno di libri che da Roma ha portato scrittori e lettori a Napoli e poi si è discusso del rapporto letteratura-impegno sociale con riferimento a Zitto e scrivi. Un'esperienza indimenticabile
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martedì 13 marzo 2007
ZITTO E SCRIVI A NAPOLI
Un treno carico di... scrittori.
Destinazione: Galassia Gutenberg
La mia casa editrice, Stampa Alternativa , mi ha proposto di partecipare. E così sabato sarò sul treno “Leggere:tutti” che da Roma raggiungerà Napoli. Un treno di lettori e scrittori per partecipare a
Galassia Gutenberg , la storica mostra del libro che si terrà dal 16 al 19 marzo alla Stazione Marittima di Napoli. Sul treno ci saranno presentazioni, eventi, readings, interventi e animazioni che potranno essere seguiti in tutte le carrozze attraverso un sistema di amplificazione. Sarà anche allestita una libreria con i libri degli scrittori presenti sul treno , che poi sarà trasferita nello stand di “Leggere: tutti” a Galassia Gutenberg.
E una volta arrivati a Galassia, parteciperò – assieme agli altri scrittori - alle 12,00 all'incontro organizzato “A che servono questi scrittori: dalla torre d'avorio all'impegno sociale”.
Destinazione: Galassia Gutenberg
La mia casa editrice, Stampa Alternativa , mi ha proposto di partecipare. E così sabato sarò sul treno “Leggere:tutti” che da Roma raggiungerà Napoli. Un treno di lettori e scrittori per partecipare a
Galassia Gutenberg , la storica mostra del libro che si terrà dal 16 al 19 marzo alla Stazione Marittima di Napoli. Sul treno ci saranno presentazioni, eventi, readings, interventi e animazioni che potranno essere seguiti in tutte le carrozze attraverso un sistema di amplificazione. Sarà anche allestita una libreria con i libri degli scrittori presenti sul treno , che poi sarà trasferita nello stand di “Leggere: tutti” a Galassia Gutenberg.
E una volta arrivati a Galassia, parteciperò – assieme agli altri scrittori - alle 12,00 all'incontro organizzato “A che servono questi scrittori: dalla torre d'avorio all'impegno sociale”.
ZITTO E SCRIVI
Il 20 marzo uscirà il mio romanzo.
Si intitola Zitto e scrivi
Lo pubblica Stampa Alternativa.
E' un lavoro che ho realizzato tra il 2001 e il 2002 e mai, avrei pensato che le vicende narrate allora potessero, oggi, essere così drammaticamente reali.
Mi auguro che vi interessi e, se vorrete, fatemi sapere che cosa ne pensate.
Precariato? Il vero affare
In Italia il numero dei giornalisti precari ha superato quello degli assunti. Sono 12mila i professionisti contrattualizzati e più di 20mila quelli che lavorano senza contratto a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, sono 30mila le persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. Il resto è fatto di collaboratori, precari e coloro i quali anche senza avere il requisito professionale adatto a svolgere questo mestiere, nei fatti lo svolgono.
Il progressivo declino della competenza di chi lavora in questo ambito trova alimento anche nella minor selezione che viene fatta alla radice. Ad esempio nessuno affronta come si dovrebbe l’infausto pullulare delle scuole di giornalismo che sfornano, di anno in anno, giornalisti abilitati alla professione che a parte gli stages estivi non sanno neanche che cos’è la gerenza di un giornale ma in compenso tolgono possibilità a chi da anni si fa le ossa gravitando intorno a una redazione e collaborando in cambio di una scarsa remunerazione. A questo si aggiunga la politica (che attualmente - e in modo bipartisan - si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente - e fa bene perché le viene permesso - di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi.
Ma come è possibile se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento?
Su questo tessuto indebolito si sono innestate, a partire dall’anno 2000, tutta una serie di nuove iniziative editoriali benedette da nomi eterei che sanno di libertà (freepress), titoli impalpabili come l’online che le ospitò (portale, vortale…ve lo ricordavate il vortale?). Bene. Lo sciacallaggio vero si è alimentato lì: perché queste “novità” sono state (e sono tuttora) il ricettacolo di collaboratori giovani che cercano di accedere alla professione giornalistica attraverso le più strane e incredibili scorciatoie. Che spesso però si materializzano solo come grandi illusioni per chi ci lavora ma come un grande affare per chi alimenta queste speranze. Il risultato qual è: che il bravo professionista è spesso seduto accanto al precario di turno. Con la differenza che mentre il primo decide come muoversi su un pezzo, di capire quali sono le logiche, di studiare la situazione, chi è meno strutturato e tutelato (anche sindacalmente) in linea di massima asseconda - e in fretta - la linea editoriale che gli viene imposta. E dire linea editoriale è andarci molto leggeri. E allora parliamoci chiaro: ma ai capi conviene di più avere 20 persone “fisse” (che possono tenergli testa) o 20 contratti a termine (che ricatta a suo piacimento?).
Diciamola tutta: va bene prendere il rinnovo del contratto nazionale, ma essere precari non significa essere idioti. E allora perché far passare lo sciopero per l’aumento del proprio stipendio come una battaglia per i precari? Perché far passare la terrorizzante applicazione selvaggia della legge Biagi come la lotta per il debole contratto a termine? Ma per favore.
Se il fine è davvero aiutare i precari non serve lo sciopero: basta far lavorare un po’ di più gli assunti. Basta non rifilare ai precari i servizi più scadenti che i più tutelati rifiutano di fare. E potremmo andare avanti con molti altri esempi. Dopodiché, sempre benvenuto il rinnovo del contratto.
Il progressivo declino della competenza di chi lavora in questo ambito trova alimento anche nella minor selezione che viene fatta alla radice. Ad esempio nessuno affronta come si dovrebbe l’infausto pullulare delle scuole di giornalismo che sfornano, di anno in anno, giornalisti abilitati alla professione che a parte gli stages estivi non sanno neanche che cos’è la gerenza di un giornale ma in compenso tolgono possibilità a chi da anni si fa le ossa gravitando intorno a una redazione e collaborando in cambio di una scarsa remunerazione. A questo si aggiunga la politica (che attualmente - e in modo bipartisan - si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista), visto che si sente - e fa bene perché le viene permesso - di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali. Ma tutto questo potrebbe essere ancora arginabile se il giornalista ricordasse qual è il suo compito: dar voce ai fatti, raccontarli. Possibilmente con la schiena dritta, come chiese all’epoca l’allora Capo dello Stato Ciampi.
Ma come è possibile se proprio chi dovrebbe farle, le denunce, è sotto lo schiaffo continuo di un minaccioso licenziamento?
Su questo tessuto indebolito si sono innestate, a partire dall’anno 2000, tutta una serie di nuove iniziative editoriali benedette da nomi eterei che sanno di libertà (freepress), titoli impalpabili come l’online che le ospitò (portale, vortale…ve lo ricordavate il vortale?). Bene. Lo sciacallaggio vero si è alimentato lì: perché queste “novità” sono state (e sono tuttora) il ricettacolo di collaboratori giovani che cercano di accedere alla professione giornalistica attraverso le più strane e incredibili scorciatoie. Che spesso però si materializzano solo come grandi illusioni per chi ci lavora ma come un grande affare per chi alimenta queste speranze. Il risultato qual è: che il bravo professionista è spesso seduto accanto al precario di turno. Con la differenza che mentre il primo decide come muoversi su un pezzo, di capire quali sono le logiche, di studiare la situazione, chi è meno strutturato e tutelato (anche sindacalmente) in linea di massima asseconda - e in fretta - la linea editoriale che gli viene imposta. E dire linea editoriale è andarci molto leggeri. E allora parliamoci chiaro: ma ai capi conviene di più avere 20 persone “fisse” (che possono tenergli testa) o 20 contratti a termine (che ricatta a suo piacimento?).
Diciamola tutta: va bene prendere il rinnovo del contratto nazionale, ma essere precari non significa essere idioti. E allora perché far passare lo sciopero per l’aumento del proprio stipendio come una battaglia per i precari? Perché far passare la terrorizzante applicazione selvaggia della legge Biagi come la lotta per il debole contratto a termine? Ma per favore.
Se il fine è davvero aiutare i precari non serve lo sciopero: basta far lavorare un po’ di più gli assunti. Basta non rifilare ai precari i servizi più scadenti che i più tutelati rifiutano di fare. E potremmo andare avanti con molti altri esempi. Dopodiché, sempre benvenuto il rinnovo del contratto.
lunedì 12 marzo 2007
Zitto e scrivi, la trama
Giovane ma non più giovanissimo, il precario lavora a tempo pieno per una remunerazione irrisoria e con un contratto a tempo determinato che lo espone, indifeso, alle angherie, ai ricatti, allo sfruttamento. La sua grama esistenza, emblematizzata nella storia comico-grottesca e infine tragica di Perfettino Fumoni (Pieffe: giornalista mancato e precario senza onore né gloria), è quella stessa che in Italia interessa quasi il 12% dell’occupazione totale.
mercoledì 7 marzo 2007
Giornalismo, eterna gavetta
Due parole su un fatto che ci riguarda tutti da vicino: il rapimento di Daniele Mastrogiacomo, giornalista di spessore e uomo coraggioso. Cronista di quelli che ce ne sono sempre meno, da tenersi stretti.
Di quelli che se leggi, impari.
Di quelli - merce rara ormai - che lavorano per noi. E non per loro stessi.
Diciamo subito che aspettiamo il suo ritorno. L'Afghanistan, d'altra parte, per due volte ci ha tolto e per altrettante restituito chi mette la sua opera al servizio degli altri: Clementina Cantoni (Care International) rapita a Kabul e tenuta ostaggio per 24 giorni e Gabriele Torsello, freelance, sorpreso da una banda di criminali mentre raggiungeva Kandahar e liberato dopo 23 giorni. Speriamo che Mastrogiacomo riassapori la libertà in un tempo più breve.
Detto questo, la vicenda dell'inviato di Repubblica ci invita a una riflessione sul senso di questo mestiere, oggi. Un mestiere, non un lavoro. La differenza non è poca: un mestiere lo impari, lo vedi crescere tra le mani e nei casi migliori diventa artigianato. Un lavoro invece si accetta. Un lavoro serve. Puoi anche non amarlo.
Il dubbio è che oggi il giornalismo, mestiere affascinante e faticoso sia molto affaticato: sembra che non ce la faccia più a rispondere al suo ruolo. Che stia via via disconoscendo se stesso. Troppo soggiogato alle logiche partitiche, politiche, agli interessi di parte o individuali. Non è una novità. Ormai è un'emergenza. Difficile non ammettere che parte della responsabilità di questo declino appartenga proprio ai giornalisti stessi. Triste dirlo, ma è così. Ammetterlo è fastidioso. Capire invece, da dove nasce questo appiattimento pressoché totale, può essere utile.
E si torna inevitabilmente al discorso della serietà. Non parliamo qui di bravura o di capacità. Ma di serietà sì. E questa in genere va a braccetto con la professionalità. Adesso la domanda da porsi è: serve la professionalità? Fa comodo la serietà? O tutto sommato la cialtroneria imperante e la sciatteria frettolosa sono più agevoli e meno rischiose? Buone le seconde, purtroppo. Un giornalista serio è un rompicoglioni: a tutti i livelli, si badi bene. Sia che si occupi di cronaca locale sia che tratti la grande politica estera. Soprattutto, un rompicoglioni rompe i coglioni in modo bipartisan. E una telefonata dopo l'altra ("non mandatemi quello, però..."), piano piano finirà a occuparsi di situazioni minori. Fino a quando, delle due l'una: o getterà la spugna o si allineerà. Anche qui, buona la seconda.
Ed ecco allora che meno strutturato è, il giornalista, più comodo fa. Meno contrattualizzato è, più manovrabile sarà. Di certo non si può pensare di imbeccare un serio professionista chiedendogli di dare voce a questo o a quello. Perché il serio professionista ti risponde che lo sa lui chi deve sentire. E risponde così sia al superiore sia all'addetto stampa.
Così si spiega anche come mai i giornali pullulino di aspiranti giornalisti con molta volontà e senza un contratto serio. Ma mentre prima - qualche anno fa - il prezzo da pagare per l'accesso alla professione era tanto olio di gomito e una gavetta pur giusta, adesso è anche quello di una forte ricattabilità. L'alternativa è che al posto di chi si rifiuta c’è subito pronto e disponibile un altro precario. I giovanissimi lo sanno, i capi lo sanno e lo sanno soprattutto gli editori. Sordi di fronte a un contratto alla data di oggi scaduto da 737 giorni. Mai un precedente del genere nella storia del giornalismo italiano.
La gravità di questo ritardo tanto sconcertante quanto avvilente è non tanto il disagio economico: i giornalisti, tutto sommato, non fanno parte delle categorie più svantaggiate. Il nocciolo della questione è la mano libera che gli editori sentono di poter avere su uno strumento – l’informazione - che diventa sempre meno tutelato e quindi applicato in maniera progressivamente più selvaggia.
Il problema serio è che chi ha veramente qualcosa da perdere in tutto questo gioco al risparmio sulla pelle degli altri (dei giornalisti: vilipesi e dei lettori: non rispettati) è proprio l’esercito delle nuove leve. Futuri inetti del mondo dell’informazione che pur di tenersi stretto un contratto perdono di vista la spinta motrice che dovrebbe essere alla base delle loro scelte professionali: la libertà.
Di quelli che se leggi, impari.
Di quelli - merce rara ormai - che lavorano per noi. E non per loro stessi.
Diciamo subito che aspettiamo il suo ritorno. L'Afghanistan, d'altra parte, per due volte ci ha tolto e per altrettante restituito chi mette la sua opera al servizio degli altri: Clementina Cantoni (Care International) rapita a Kabul e tenuta ostaggio per 24 giorni e Gabriele Torsello, freelance, sorpreso da una banda di criminali mentre raggiungeva Kandahar e liberato dopo 23 giorni. Speriamo che Mastrogiacomo riassapori la libertà in un tempo più breve.
Detto questo, la vicenda dell'inviato di Repubblica ci invita a una riflessione sul senso di questo mestiere, oggi. Un mestiere, non un lavoro. La differenza non è poca: un mestiere lo impari, lo vedi crescere tra le mani e nei casi migliori diventa artigianato. Un lavoro invece si accetta. Un lavoro serve. Puoi anche non amarlo.
Il dubbio è che oggi il giornalismo, mestiere affascinante e faticoso sia molto affaticato: sembra che non ce la faccia più a rispondere al suo ruolo. Che stia via via disconoscendo se stesso. Troppo soggiogato alle logiche partitiche, politiche, agli interessi di parte o individuali. Non è una novità. Ormai è un'emergenza. Difficile non ammettere che parte della responsabilità di questo declino appartenga proprio ai giornalisti stessi. Triste dirlo, ma è così. Ammetterlo è fastidioso. Capire invece, da dove nasce questo appiattimento pressoché totale, può essere utile.
E si torna inevitabilmente al discorso della serietà. Non parliamo qui di bravura o di capacità. Ma di serietà sì. E questa in genere va a braccetto con la professionalità. Adesso la domanda da porsi è: serve la professionalità? Fa comodo la serietà? O tutto sommato la cialtroneria imperante e la sciatteria frettolosa sono più agevoli e meno rischiose? Buone le seconde, purtroppo. Un giornalista serio è un rompicoglioni: a tutti i livelli, si badi bene. Sia che si occupi di cronaca locale sia che tratti la grande politica estera. Soprattutto, un rompicoglioni rompe i coglioni in modo bipartisan. E una telefonata dopo l'altra ("non mandatemi quello, però..."), piano piano finirà a occuparsi di situazioni minori. Fino a quando, delle due l'una: o getterà la spugna o si allineerà. Anche qui, buona la seconda.
Ed ecco allora che meno strutturato è, il giornalista, più comodo fa. Meno contrattualizzato è, più manovrabile sarà. Di certo non si può pensare di imbeccare un serio professionista chiedendogli di dare voce a questo o a quello. Perché il serio professionista ti risponde che lo sa lui chi deve sentire. E risponde così sia al superiore sia all'addetto stampa.
Così si spiega anche come mai i giornali pullulino di aspiranti giornalisti con molta volontà e senza un contratto serio. Ma mentre prima - qualche anno fa - il prezzo da pagare per l'accesso alla professione era tanto olio di gomito e una gavetta pur giusta, adesso è anche quello di una forte ricattabilità. L'alternativa è che al posto di chi si rifiuta c’è subito pronto e disponibile un altro precario. I giovanissimi lo sanno, i capi lo sanno e lo sanno soprattutto gli editori. Sordi di fronte a un contratto alla data di oggi scaduto da 737 giorni. Mai un precedente del genere nella storia del giornalismo italiano.
La gravità di questo ritardo tanto sconcertante quanto avvilente è non tanto il disagio economico: i giornalisti, tutto sommato, non fanno parte delle categorie più svantaggiate. Il nocciolo della questione è la mano libera che gli editori sentono di poter avere su uno strumento – l’informazione - che diventa sempre meno tutelato e quindi applicato in maniera progressivamente più selvaggia.
Il problema serio è che chi ha veramente qualcosa da perdere in tutto questo gioco al risparmio sulla pelle degli altri (dei giornalisti: vilipesi e dei lettori: non rispettati) è proprio l’esercito delle nuove leve. Futuri inetti del mondo dell’informazione che pur di tenersi stretto un contratto perdono di vista la spinta motrice che dovrebbe essere alla base delle loro scelte professionali: la libertà.
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