martedì 27 gennaio 2009

BELVE DI TORVERGATA, LIBERE DI VIOLENTARE

PROCESSO ALLA BANDA, A MAGGIO LA SENTENZA
IL RACCONTO DI CHIARA, UN TUNNEL DI SADISMO


Hanno preso la banda di Guidonia, i carabinieri si sono dovuti chiudere a riccio intorno ai delinquenti, e li hanno fatti salire in macchina uno per volta, portandoli praticamente in braccio. Questi cani randagi hanno rischiato il linciaggio e io non ho provato alcuna tensione per quel che avrebbero potuto subire. Sarà perché ieri ho assistito all'udienza del processo che vede imputate le Belve di Torvergata, una banda criminale che alla fine dell'estate del 2007 ha seminato il panico nel quadrante orientale della capitale. Alla fine dell'udienza, fuori dalla procura mi sono fermata a parlare con l'avvocato di Chiara Camponeschi e di Gianluca Rotondi. Vittime, nel settembre del 2007 della brutalità del branco randagio ma con obiettivi precisi: coppie da derubare e da brutalizzare per puro sfogo e divertimento. In sede di udienza, hanno parlato anche le vittime. Dal racconto di Chiara, 20 anni all'epoca dei fatti, è emersa la ferocia gratuita subita, ai limiti dello spregio della persona. Riassumo così, senza riportare altri particolari che pure ho ascoltato. E che hanno ascoltato sia i giudici che gli imputati. Presenti in aula ma non visibili per i due testi. Aggiungo solo che quello che oggi suona come l'antefatto delle vicende di Guidonia è accaduto alla Borghesiana, borgata degradata a est di Roma. E' il settembre di due anni fa e sembra una sera come le altre: la partita in un pub, qualcosa da bere e l'intimità da cercare nelle vie di un quartiere conosciuto. Poi l'aggressione, violenta tanto da "rasentare il sadismo", ha detto chi indagava. E che è valsa al branco quel nome nuovo: "le belve di Tor Vergata". Ma il nome era nuovo, non il loro profilo. Perché quando Chiara e Gianluca sono stati aggrediti i 3 romeni (il quarto ancora si cerca) oggi imputati erano finiti in carcere, sette mesi prima, per violenza, sequestro di persona, riduzione in schiavitù, induzione e sfruttamento della prostituzione, rapina, maltrattamenti e furto. Ma erano stati scarcerati per decorrenza dei termini della custodia cautelare e nel giro di 10 giorni avevano aggredito e violentato tre coppie. Per loro la sentenza, e vedremo quale, arriverà entro maggio.

domenica 25 gennaio 2009

CERTEZZA DELLA PENA: UN'IPOTESI DI LAVORO

LA VERGOGNA DELLA LEGGE ITALIANA E LE DONNE OFFESE DUE VOLTE

Mi ci vuole un po' prima di riconciliarmi con la ragione. Mi è sfuggita di mano assieme alla sopportazione troppe volte messa in campo davanti a sentenze ridicole. Qui, però, da ridere non c'è niente. Soprattutto visto che l'indignazione viene fuori solo quando la politica decide di rimpallarsi colpe e responsabilità senza prendersene neppure una sulle spalle.
Mi ci vuole un po' perché francamente non te l'aspetti. Se non per il rispetto - che in questo paese davvero sta diventando merce rara - almeno per forma, si arriva a pensare. Macché. L'ultimo - ma solo in ordine di tempo, perché ce ne saranno altri - è quello di Ostia. Uno scandalo di sentenza che è difficile da mandare giù, in particolare in questi giorni, quando la capitale - dopo l'ulteriore aggressione sessuale al Quartaccio e quella ancor più recente di Guidonia - avrebbe avuto bisogno di un segnale forte. Invece la storia si ripete, uguale a se stessa e diversa da come dovrebbe essere: confessa lo stupro e riceve i domiciliari. Noi, si sa, abbiamo una signora legge. Intanto la vittima, dimessa dall'ospedale San Camillo ripete solo di essere stata abbandonata. E tutti un po' ci sentiamo così, perché diciamoci la verità: il dolore e la tragedia possono sorprendere ognuno di noi in qualsiasi momento. Ma quel che non ci dà pace alla sola idea è la consapevolezza che nessuna giustizia ci verrà mai resa. Perché in Italia, che vanta - lo ricordiamo - una signora legge, la certezza della pena è e resta un'ipotesi di lavoro. Una frase astratta come quelle parole che a forza di ripeterle suonano vuote. "Certezza della pena", sentenziano le opposte fazioni durante ogni campagna elettorale che ci piove addosso come una scure. "Certezza della pena", sentenziano i neoeletti guardasigilli. "Certezza della pena", ululano i grigi potenti davanti al primo buon proposito bipartisan da declamare a tutti i costi. E poi? Poi succede che i fattacci capitino agli altri, che guardacaso sono sempre piccoli e poveri, senza amicizie in alto loco e spesso con pochi soldi per andare in appello. E succede che chi le leggi dovrebbe almeno rileggerle e riguardarle si limita a dire che le sentenze le scrivono i giudici. Il Paese nostro è questo: quello in cui Luca Delfino, per l'omicidio volontario premeditato dell'ex fidanzata Maria Antonietta Multari ottiene 16 anni anziché l'ergastolo perché è stato riconosciuto gravato da seminfermità mentale (e infatti passerà almeno 5 anni in una struttura psichiatrica). Attenzione: i giudici hanno accolto le tesi dell'accusa (il pm aveva chiesto l'ergastolo), ma nel conteggio degli anni di condanna c'è stato un bilanciamento che di fatto ha quasi annullato l'aggravante della premeditazione. Una pena ridicola. Per inciso, va ricordato che Delfino, che il 10 agosto di 2 anni fa ha massacrato per strada a Sanremo Maria Antonietta Multari con decine di coltellate - lasciandola poi in una pozza di sangue per terra - è in attesa di giudizio per il delitto della sua precedente ex fidanzata, Luciana Biggi. Dunque lo sberleffo: perché un presunto assassino (così va considerato per il caso Biggi, per il quale ancora non c'è la sentenza) poteva andare in giro indisturbato e stare tranquillo, senza custodia cautelare. Perché noi abbiamo una signora costituzione. La mamma di Maria Antonietta ha avuto un malore, alla notizia della sentenza. Il papà ha reagito da essere umano: ha detto che la legge italiana è una vergogna e che si farà giustizia da solo, con le sue mani. Parole forti, che un paese civile dovrebbe condannare, biasimare. Dalle quali dovrebbe allontanarsi indignato, rifiutandole, non riconoscendole.
E invece guarda un po': quasi in nessuno alberga questo sentimento di lontananza totale da un'idea così apertamente difficile da condividere. Questo a casa mia significa solo una cosa: che il livello di fiducia che riponiamo nella nostra giustizia è pari allo zero. E della stessa cifra è il grado di civiltà di questo nostro paese alla deriva. Ecco, io credo che quando si arriva a concordare intimamente con chi ritiene che l'unico modo di avere giustizia sia agire individualmente, allora significa che non ci si aspetta più niente. Quando l'unico diritto, anche quello è negato.
Adesso aspettiamo. E vediamo che cosa ne sarà degli altri stupratori: quelli del quartaccio, quelli di guidonia. E tutti quelli che il futuro ci metterà davanti. Ma non facciamoci illusioni, perché neanche il gran rumore di questi giorni può nulla contro l'assurdo cieco potere decisionale. Perché, e qua sembra davvero ironia, queste donne umiliate stanno pagando un doppio conto: quello che gli ha portato in dote la sorte e quello che gli riserva lo stato per legge. E allora io, nel mio piccolo, per la prima volta mi trovo a pensare che a una signora legge preferirei uno straccio di giustizia.

mercoledì 21 gennaio 2009

RICHARD, HARPER, BARACK E GLI ALTRI

La tv è accesa, Obama giura e il mondo spera. I visi degli americani si fondono e confondono nelle dissolvenze incrociate che fanno sempre emozionare. Le bandiere si alzano, i giornalisti commentano per forza. Il momento che viviamo è nero come la pelle di Obama ma al mondo non importa se adesso c'è chi fa un po' di luce. Le immagini mi scorrono davanti, la vocalist di colore fa venire i brividi perché sembra che canti con il corpo. E d'un tratto torno indietro anni luce.

Quando la porta si apre, si sente un cigolio sommesso, sembra quasi di disturbare. Alzo gli occhi, guardo mio padre, lui mi fa cenno di sì conla testa. Entro. Prima io, poi lui. Dopo di me solo perché deve reggere la porta. Io sono piccola, ancora. E' l'estate dei miei dodici anni. Siamo in Puglia, a Peschici. Per un giorno decidiamo di non andare in spiaggia, di visitare il Gargano. Vieste è assolata, calda. Rimanda una luce che mi si è fissata come un chiodo in testa.
Io e mio padre stiamo passeggiando e, non so come, scoviamo una libreria che già allora - era l'87 - sembrava fuori moda: scaffalature di legno ben visibili dalla vetrina impolverata, libri ordinati, poca luce. Ci accoglie un signore che ci fa un gesto educato con la testa senza interrompere il suo lavoro. Ci guardiamo intorno. I volumi si tengono compagnia a migliaia, gli scaffali - più simili a quelli delle vecchie farmacie - svettano fino al soffitto e ricoprono tutte le pareti. La libreria non comprende solo una stanza. E' grande, grandissima. Così mi sembrava in quel momento, così la ricordo.

E nella mia testa è stampato ben chiaro anche l'odore della carta: intenso, fuori luogo per un periodo estivo. Questo è l'odore di settembre, penso, non di luglio. Mi sento felice.


Usciamo di lì dopo un paio d'ore. In mano abbiamo Ragazzo negro di Richard Wright. Oggi è nella mia libreria, assieme a un altro romanzo che in casa già avevamo e che come pochi altri ha segnato il mio modo di pensare: Il buio oltre la siepe, di Harper Lee. Un'edizione talmente vecchia e talmente letta che per paura che cada a pezzi la conservo dentro una busta di plastica trasparente.

Mi tornano in mente oggi, questi due capolavori. Tornano a galla a tradimento, nella mia memoria e si portano dietro una valanga di emozioni. Intanto davanti a me scorrono di nuovo le immagini indelebili del giuramento di Obama. Penso al crampo di disgusto che mi ha colto ogni volta che ho letto le pagine di Lee e quelle drammatiche di Wright. Al dolore che mi hanno provocato, alla rassegnazione che - andava capito - fa parte della vita. Ma oggi c'è Obama che sorride davanti al pianeta intero mentre sua moglie lo guarda ammirata ed elegante. Era il '37 quando Wright decide di mettere per iscritto la sua autobiografia e il '60 quando Lee - che poi avrebbe vinto il Pulitzer - pubblica la storia più ingiusta che si possa raccontare. Eppure, mentre rivedo le righe scorrermi davanti e allo stesso tempo guardo Obama, penso, per un momento ingenuamente penso, che l'epoca dell'esclusione può dirsi conclusa. E' entusiasmo, il mio. E' il brivido. Ma se questo brivido lo sta provando ognuno di noi un po', qualcosa vorrà dire. Li vedo tutti e tre: Wright, Lee, Obama. E mi convinco più che mai che il coraggio non è l'esaltante attimo di una incosciente generosità. Ma la quotidiana, costante lotta per l'affermazione di una seconda verità.




venerdì 9 gennaio 2009

IL NUMERO TRE

Questo racconto è nato in una fredda mattina dell'anno scorso, dopo che una notizia di malasanità mi ha bucato lo stomaco e costretto a scrivere.
I personaggi sono inventati, così come la loro storia. Il fatto no.
L'ho scritto di getto, in mezz'ora. E in deroga a tutte le buone abitudini non l'ho riletto né mai corretto. Un giorno ho deciso di spedirlo.
E' stato pubblicato da Newton Compton e ha vinto il premio LuccAutori.


Al piccolo Andrea




Mi piace osservarti mentre lavori. Fai l’impresario. Hai una ditta tutta tua: te la sei costruito da solo, giorno per giorno mettendo su un’idea dopo l’altra. Hai parecchi dipendenti, guadagni bene. Vendi materiali edili: stai in ufficio dalla mattina alla sera, il cellulare attaccato all’orecchio, un’agenda da consultare. Chi l’avrebbe mai detto.

Faccio un respiro profondo. Do un colpo di reni e la sedia a dondolo oscilla. Guardo fuori, da questa stanza si vedono i tetti di Roma. Mi perdo con lo sguardo fino a che non cala il sole. Mi invade un senso di pace, di serenità. Sul vetro della finestra mi sforzo di delineare il mio riflesso. Sono invecchiato di colpo. Richiudo gli occhi. Voglio continuare a pensare a te, voglio immaginarti. Vedere la tua vita.

Ci abbiamo messo tanto, io e tua madre, per averti. Lo stress, ci dicevano. “Troppo ansiosi, rilassatevi”. E poi i primi sospetti, le analisi e tutto era sempre a posto. Ogni volta che in tv o alla radio affrontavano l’argomento della difficoltà di avere bambini cambiavamo canale, giravamo stazione.
Non ne parlavamo più, non sapevamo come prenderci.
Oggi mi sei venuto in mente così: impresario. Hai quarant’anni, non hai la fronte stempiata, non hai la pancetta di chi lavora tanto e va poco in palestra. Non mi somigli, insomma. Meglio.
Purtroppo non riesco mai a immaginare la tua voce. Mi sforzo, mi impegno. Ma i suoni è difficile inventarli.
Raccontarti la vita mia e di tua madre negli ultimi due anni significa fare un salto nel buio. Io adoro questa sedia a dondolo. A volte penso che senza sarei morto. Lei mi culla, mi coccola. Mi accarezza il corpo stanco come tua madre non sa fare più. Mi dà pace. E io ne approfitto.

Quando ancora non sapeva di essere incinta, tua madre si era allontanata da me proprio come adesso. Tu sei sempre stato uno spartitraffico tra noi: ci hai unito e diviso a seconda del momento, ci hai avvicinato e strappato in mille pezzi. Ci hai distrutto. E chissà se ci ricostruiremo mai.

Oggi sono andato a fare la spesa, ho comprato il giornale, l’ho sfogliato senza leggerlo, l’ho ammassato sui quelli dei giorni precedenti. Tua madre è andata dal parrucchiere. Facciamo una vita tranquilla, siamo persone normali.

Tu invece non eri normale. Ma nessuno se n’era accorto. Non avevi l’ano, tutto qua. Quindi per i tuoi tre giorni di vita sei stato nutrito come un bambino sanissimo e mentre parenti e amici venivano a farti visita con i loro regalini, il tuo corpo si distruggeva in silenzio.

Tua madre ti allattava e tu piano piano morivi.
Ma nessuno se ne rendeva conto.


L’altro giorno ti ho immaginato cantante. Avevi vent’anni, i capelli lunghi sulle spalle. Tutti ricci, biondo cenere. Un bel ragazzo. Alto, il fisico non troppo asciutto: suonavi il basso, la testa in giù, i capelli sugli occhi. Un po’ ti atteggiavi, ma lo capisco. Fa parte di questo mondo un po’ artistico. Non eri sul palco da solo: ti esibivi con una band. Il locale era anche abbastanza pieno, la gente era contenta, vi chiamava per nome. Voi, sul palco, vi sorridevate durante il concerto. Chissà perché i musicisti fanno così: ci penso, a volte. E secondo me è tutto un atteggiamento: i pezzi li conoscono a memoria, li provano insieme centinaia di volte. Ti pare a te che hanno ancora bisogno di sorridersi e di annuire. Ma forse sono io.
Fatto sta che ho aspettato a lungo, sulla mia sedia a dondolo. Gli occhi chiusi, concentrato: prima o poi canterai, mi dicevo. Ma appena hai aperto la bocca, la mia fantasia si è fermata. Si vede che non devo sentire la tua voce. È scritto così.

Quel giorno in ospedale me lo ricordo bene. Tutti contenti: i tuoi nonni soprattutto. Io ero andato a casa a prendere la culla, vi dimettevano. Si tornava a casa in tre. Finalmente in tre.
Maledetto il numero tre.
Il fiocco blu lo avevo lasciato in macchina, sul sedile anteriore. Non volevo attaccarlo al portone senza tua madre: eravamo d’accordo che ce lo avremmo messo insieme. Quante stupidaggini si pensano.
Quando arrivo in corsia non ci siete. Erano tutte lì, le altre mamme.
Stanche morte, belle comunque. Un caldo che non si respirava.
Aspetto qualche minuto, poi comincio a cercarvi. La caposala mi dice “attenda qui, arriva il dottore”.


C’è un fatto, in particolare che mi dà fastidio. Ed è questo: tre giorni sono troppo pochi per tutto. Anzi, tre giorni non sono proprio niente. Soprattutto per capire a chi somigliavi.
Non ho avuto il tempo, mi capisci? Non ho avuto il tempo.
Di guardarti, di osservarti.
Non ho avuto il tempo di memorizzarti.
Non sono riuscito a fissarti come un chiodo nella mia testa.
Eppure sei lo stesso il mio chiodo fisso.

Tua madre credo che non tornerà più a lavorare. Io prima o poi riprenderò il coraggio a quattro mani. Mi dicono tutti che mi farà bene rivedere gente, darmi un obiettivo. Devo smetterla di compiangermi, dicono: sono giovane.

La stessa frase che aveva detto il medico quando eravamo andati a farci prescrivere le analisi per capire perché tua madre non restava incinta: “siete giovani, datevi un anno di tempo”. Poi se è il caso, andremo a fondo. In quel caso era vero: eravamo giovani. Adesso no. Io mi sento sulle spalle una vecchiaia pesante come una montagna. E non ce la faccio a tirarmi su.

Riesco a vivere solo se ti immagino nei tuoi infiniti futuri impossibili.


E la mia mente respira: ho fatto di te persino un campione del mondo di atletica. Ti alzavi sul podio, le braccia in alto e gli occhi lucidi. Eri Carl Lewis, eri Ben Johnson.
Pensa te che cazzo mi ha detto la testa se l’unica corsa vera della tua vita te la sei fatta in ambulanza per andare da un ospedale all’altro. “Intervento disperato” ci hanno detto. Io bianco come un cencio, dice che mi tremava il labbro inferiore e mi usciva il muco dal naso. Tua madre ancora col dolore del cesareo le hanno fatto una flebo di saccarosio.
Che significa errore umano. Che significa dall’ecografia non si vedeva. Che significa faremo il possibile.

I chirurghi che ci sono venuti incontro, usciti dalla sala operatoria avevano gli occhi lucidi. Tua madre è crollata, neanche li ha sentiti parlare. Io invece ho fatto forza sulle gambe, ho spinto sui talloni, ho stretto i glutei come mi avevano insegnato a yoga.
Sentivo un gran caldo e sentivo la loro rassegnazione: niente da fare, il tuo apparato digerente era troppo compromesso.

Sono due anni che mi faccio domande che non hanno risposte. Una delle tante è se posso essere soddisfatto che il fascicolo aperto in procura per il reato di lesioni gravissime si è trasformato in un’indagine per omicidio colposo.

L’avvocato sembrava tanto contento. Io e tua madre lo guardavamo senza dire una parola. Maledetto il giorno in cui abbiamo deciso di denunciare i medici.

Oggi facevi due anni e tua madre è andata dal parrucchiere. Quando torna la porto a cena fuori. E’ tanto che non andiamo al ristorante.
Intanto che la aspetto mi dondolo un po’.
Ti vedo cameriere, forse è suggestione. Ti giri bene tra i tavoli, sei abile. Poco invadente. Lasci alle persone il tempo giusto per decidere e poi ti riaffacci cortese. Hai sui trentotto anni e porti la fede, si vede che hai trovato la persona giusta. Bravo.
Stasera se convinco tua madre a uscire, appena ci sediamo al tavolo mi scelgo il cameriere.
E la sua voce – lo decido io – è quella che avresti avuto tu.

© Chiara Lico



giovedì 8 gennaio 2009

QUELLA MANINA CHIEDE RISPETTO

7 gennaio 2009, mancano pochi minuti alle cinque del mattino. Davanti, le prime pagine dei giornali. In mostra ci sono Gaza, la guerra dei grandi e la morte dei piccoli.
Soprattutto c'è una manina che sbuca dalle macerie, la terra che è entrata nelle unghie non uscirà più. Perché si è sommata ad altra terra: quella che ricopre completamente il cadavere del bambino. Una foto che ha fatto il giro del mondo. Che qualche giornale, come il Corriere, decide di mettere al proprio interno, che altri, come Repubblica, decidono di servire in prima pagina. Non cambia la sostanza: "La notizia è ciò che nessuno vuole darti", mi disse una volta un collega della carta stampata. "Il resto - aggiungeva - è solo pubblica relazione". Aveva ragione. Lo penso oggi più che mai. Quella foto e le altre che sono state pubblicate non sono una notizia. Sono immagini sensazionali, questo sì. Raccapriccianti e dolorose, certo. Vere, sicuramente. Ma non sono una notizia: non a caso tutti le hanno pubblicate. Chiediamoci, anche quelli che spiegano perché hanno dovuto pubblicarle, se sarebbe stato adottato lo stesso metodo nei confronti di foto lesive dell'immagine - ad esempio - di uno dei tanti nostri politici. Siamo in Italia, ricordiamocelo. Qui non si muove una foglia - giornalisticamente parlando - se il suo movimento porta con sé anche quello dell'"ordine precostituito". E allora perché spacciare scatti che fanno sobbalzare (e fanno sobbalzare, fidatevi) per foto da "dover" dare all'opinione pubblica, immagini talmente importanti da non poter risparmiare ai lettori il supplizio dell'occhio, pena l'incappare nella censura. Dell'occhio, specifichiamo, perché l'anima è comunque lesa dal sapere che una scuola con dentro centinaia di bimbi che cercano rifugio diventa un tiro al bersaglio. La notizia, se di questo si vuol parlare, c'era comunque.
D'altra parte suona quasi come una excusatio non petita il commento affidato alla penna di Sofri che ci motiva fino all'esplicita coppia di righe del finale la necessità del mostrare a tutti il dolore degli altri: di questo padre disperato, inginocchiato davanti ai piccoli corpi dei suoi figlioli o - ancora peggio - il volto esanime di una bimba che fa capolino dalle macerie, la bocca spalancata, nera. In ogni caso vanno pubblicate, leggiamo. E ci permettiamo di chiederci perché è necessario specificarlo, se era ovvio che così fosse. In ogni caso vanno pubblicate. Perché? A chi serve? A noi no. Come non ci servono i dettagli scabrosi e irrispettosi della cronaca nera e come non ci serve che le televisioni vadano a infilare le telecamere ai funerali dei morti ammazzati. Ma prima forse questo paese dovrebbe anteporre il decoro alla logica del profitto. Solo dopo saranno possibili alcuni ragionamenti. E non si fa questo discorso per debolezza di stomaco, ma perché si è saturi di vedere spacciata la (sacrosanta?) necessità di vendere i giornali con l'imperativo morale di non dover nascondere la verità. Per favore. Ogni giorno chi fa questo lavoro nasconde - per i motivi più diversi - centinaia di verità e lo sa. Quindi se forse di una foto si ha bisogno è di quella, il più nitida possibile, della realtà che viviamo. Ma anche questo sembra difficile. Perché come ti muovi vai a toccare il nervo scoperto di chi si risente.
E così si ritorna lì, davanti a una manina inerme. E ci sono i pensieri che corrono veloci e che fanno similitudini senza più senso: se una mano tesa è una richiesta d'aiuto, una manina accasciata che nessuno può più stringere che cos'è? E poi la mano tesa è il simbolo della pace: e allora qui a che gioco si gioca?
I bambini ce l'hanno, sì, la terra dentro alle unghie ma è materia viva come la loro vivacità.
Invece quella mano, quella manina lì, chi l'ha osservata lo sa, è il simbolo della resa. Di noi tutti un po', dei signori della guerra sicuramente e di chi ancora si domanda se bisogna pubblicarle o no certe immagini ancora di più.