"Le mele marce dell'amministrazione vanno allontanate", tuonava circa dieci giorni fa il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Concordava con lui il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani pur precisando che "una mela marcia non significa che l'albero intero sia marcio". E' il nove ottobre, giorno in cui viene alla ribalta, dopo una denuncia in procura, la vergognosa storia di un taglieggiamento asfissiante subito dal titolare di una palestra costretto a pagare il pizzo ai vigili urbani per evitare di farsi chiudere l'impresa. Una storia meschina e putrida che trova nei controllori il vulnus di un sistema corrotto e malavitoso capace di "chiudere un occhio" in cambio di tangenti che dai duecento euro arrivavano anche ai duemila. Vigili e funzionari. Individui che dovrebbero applicare la legge. Farla rispettare. Onorarla. E che invece per giorni, per mesi, hanno fatto "visitine" a sorpresa al gestore di una palestra del Quarto Miglio costretto quasi a ricorrere agli usurai per far fronte ai ricatti dei vigili urbani. Se non fosse che è vero e che è intervenuta la procura sarebbe, su questo copione, da mettere in scena una commedia dell'assurdo, una di quelle storie da avanspettacolo quasi commemorativa di una categoria che nonc'è più.
E invece guarda caso c'è. Ed è tra le più dure ad arrendersi. Mentalità di second'ordine che trova nella repressioncina immediata uno sfogo consumato a tante prevaricazioni. Passa anche attraverso queste realtà di secondo livello la possibilità di farla franca, l'idea consolidata che "pagando" si può, che dribblare sia concesso, basta trovare la maglia rotta nella rete. Ci manca sempre Montale, quanto utili sono le sue trovate icastiche, quanta consolazione ci dà poterci concedere in tempi così tristemente rasoterra, un piccolo volo leggiadro anche se parliamo di fango. Mi fa particolarmente impressione questo episodio di concussione perché nel lavorare su Anni di Cemento ho raccolto materiale e analizzato casi di evidente commistione tra le idee malsane di chi avrebbe guadagnato da un abuso e la tranquilla superbia arrogante di chi in questo passaggio faceva il broker dell'illecito non capito, della pratica accantonata, del sopralluogo superficialmente svolto, della denuncia non fatta arrivare in procura. E ho rivissuto la sensazione che provata nella stesura di quelle pagine, dedicate ai gangli corrotti delle amministrazioni locali, al loro strapotere. Al loro imprescindibile ruolo.
E' così che si realizzano e concretizzano sporcizie urbane, è così che si è violentata una città bella come Roma. L'unico posto al mondo in cui è possibile realizzare attici e superattici che vanno in collisione con le linee prospettiche del Coloseeo, in cui l'ingordigia di chi vuole "stra-avere" non si limita neppure di fronte a via dei Fori Imperiali, in cui si è capaci di condondare un manufatto che non esiste. Basta individuare i gangli corrotti delle amministrazioni, far leva su di loro e si vanifica così lo sforzo alla correttezza di tanti. La ricetta è fatta. Ma è antica, un po' tutti la conoscono e si sa che per un buon risultato le mele devono essere mature. Certo, se poi diventano troppo mature, prima che tutto appaia marcio, un po' di pulizia va fatta.
mercoledì 21 ottobre 2009
martedì 6 ottobre 2009
LE TRAGEDIE NASCOSTE NEL CASSETTO
A guardare le fotografie scattate dall'alto, le case di Scaletta Zanclea fanno pensare che si tratti di un fotomontaggio. Fanno sperare che si tratti di un fotomontaggio. Non è possibile, pensi, che si sia potuto edificare in bilico su un torrente o per storto su una parete scoscesa: e che doveva essere, una prova di equilibrismo? Neanche in un presepe, in uno di quelli che allestisci dentro casa pensi di arroccare casette finte su una montagna di cartapesta: potrebbe andarci contro il cane, ti suggerisce il senso pratico, potrebbe intruppare un bambino, fa eco il buon senso. E a quel punto il presepe verrebbe giù: crollerebbe il piccolo mondo inventato che pazientemente hai messo in piedi con tanta fatica. E tutto finirebbe in un disastro che non è stato poi così difficile prevedere ed evitare. E parliamo di piccoli mondi irreali. Parliamo di buon senso, che guarda caso è sempre sinonimo di buon gusto. Quello che continua a mancare a questo paese di colnodni e licenze edilizie vendute, di scudi fiscali e di sciagure evitabili e anzi, già note se - come si legge Repubblica del 6 ottobre 2009 - "la realistica previsione di quello che avrebbe potuto succedere era persino nei cassetti della Procura, agli atti dell'inchiesta aperta dopo l'alluvione del 2007 e rimasta senza colpevoli".
A Scaletta Zanclea, a Giampilieri è venuto giù il mondo. Quello vero, di visi e di voci, di vite che ancora dovevano crescere. Il fango che vediamo scorrere a fiotti è la metafora di quello che stiamo vivendo: coperti, soffocati, incapaci di reagire. Bloccati. Sepolti vivi da tutto quello che si poteva fare e non si è fatto, da quello che si poteva evitare e che invece si è accettato. Che cosa deve succedere ancora perché l'Italia si indigni e non pensi sempre di trarre giovamento dalle leggi più inique? La riposta mi importa molto, perché i fatti di Sicilia mi fanno tornare alla memoria il senso di frustrazione che ho provato quando sono entrata nel vivo di questo mio lavoro che uscirà in libreria il 20 ottobre, Anni di cemento, una fotografia dell'abusivismo edilizio consumato a Roma e nel resto del Lazio negli ultimi dieci anni. Solo quando ero ormai avanti nella raccolta di documenti e a buon punto con la stesura del testo ho realizzato quanto sia pronunciato il concorso di colpa che hanno i cittadini nel contribuire a rovinare l'ambiente che hanno intorno e (nei casi più estremi) a condannarsi a morte. In questo senso penso di poter dire, alla luce di quello che almeno per il territorio romano è emerso dal mio lavoro, che non ci si può accontentare oggi di siglare gli scempi come conseguenze di concessioni edilizie comprate o regalate, di "abusivismo politico". Anche io ho affrontato ampiamente il vulnus dell'abusivismo istituzionale: c'è, esiste, va combattuto e biasimato. Soprattutto non va foraggiato. Ma vorrei anche sottolineare che la politica avrebbe un raggio d'azione molto corto se non fossero invece enormi le pretese dei cittadini che per incrementare i loro interessi non esitano a deturpare il patrimonio di tutti. L'ultimo su Roma, in ordine di tempo, è il massiccio intervento di demolizione sul territorio dell'Appia Antica. Chi ha rovinato il paesaggio aveva realizzato un supermercato di 600 metri quadrati, 1700 metri cubi totalmente fuorilegge accanto all'acquedotto antico e vicino alla villa dei Quintili. Una porzione di territorio completamente danneggiata, come dimostrano le aerofotogrammetrie dell'ente parco. Un ulteriore tassello nella lotta al mattone selvaggio, firmato ancora una volta dal capo dell'abusivismo rgionale Massimo Miglio. E non solo perché applicando la legge i 25mila euro dell'operazione saranno addebitati alla proprietà (che pagherà anche 20mila euro di multa) ma anche perché la Regione ha acquisito il sedime dell'area: 2300 mquadrati che diventeranno lotto pubblico. Con l'operazione di oggi da un lato viene confermata la decisione del Tar e dall'altro vengono definitivamente messe a tacere le istanze di condono edilizio accertate come false. Ma resta comunque in vita un interrogativo: fino a quando bisognerà correre ai ripari, anticipando da parte della collettività le spese per riparare i torti subiti? Fino a quando si dovranno correre rischi e devastazione come quella avvenuta in Sicilia?
A Scaletta Zanclea, a Giampilieri è venuto giù il mondo. Quello vero, di visi e di voci, di vite che ancora dovevano crescere. Il fango che vediamo scorrere a fiotti è la metafora di quello che stiamo vivendo: coperti, soffocati, incapaci di reagire. Bloccati. Sepolti vivi da tutto quello che si poteva fare e non si è fatto, da quello che si poteva evitare e che invece si è accettato. Che cosa deve succedere ancora perché l'Italia si indigni e non pensi sempre di trarre giovamento dalle leggi più inique? La riposta mi importa molto, perché i fatti di Sicilia mi fanno tornare alla memoria il senso di frustrazione che ho provato quando sono entrata nel vivo di questo mio lavoro che uscirà in libreria il 20 ottobre, Anni di cemento, una fotografia dell'abusivismo edilizio consumato a Roma e nel resto del Lazio negli ultimi dieci anni. Solo quando ero ormai avanti nella raccolta di documenti e a buon punto con la stesura del testo ho realizzato quanto sia pronunciato il concorso di colpa che hanno i cittadini nel contribuire a rovinare l'ambiente che hanno intorno e (nei casi più estremi) a condannarsi a morte. In questo senso penso di poter dire, alla luce di quello che almeno per il territorio romano è emerso dal mio lavoro, che non ci si può accontentare oggi di siglare gli scempi come conseguenze di concessioni edilizie comprate o regalate, di "abusivismo politico". Anche io ho affrontato ampiamente il vulnus dell'abusivismo istituzionale: c'è, esiste, va combattuto e biasimato. Soprattutto non va foraggiato. Ma vorrei anche sottolineare che la politica avrebbe un raggio d'azione molto corto se non fossero invece enormi le pretese dei cittadini che per incrementare i loro interessi non esitano a deturpare il patrimonio di tutti. L'ultimo su Roma, in ordine di tempo, è il massiccio intervento di demolizione sul territorio dell'Appia Antica. Chi ha rovinato il paesaggio aveva realizzato un supermercato di 600 metri quadrati, 1700 metri cubi totalmente fuorilegge accanto all'acquedotto antico e vicino alla villa dei Quintili. Una porzione di territorio completamente danneggiata, come dimostrano le aerofotogrammetrie dell'ente parco. Un ulteriore tassello nella lotta al mattone selvaggio, firmato ancora una volta dal capo dell'abusivismo rgionale Massimo Miglio. E non solo perché applicando la legge i 25mila euro dell'operazione saranno addebitati alla proprietà (che pagherà anche 20mila euro di multa) ma anche perché la Regione ha acquisito il sedime dell'area: 2300 mquadrati che diventeranno lotto pubblico. Con l'operazione di oggi da un lato viene confermata la decisione del Tar e dall'altro vengono definitivamente messe a tacere le istanze di condono edilizio accertate come false. Ma resta comunque in vita un interrogativo: fino a quando bisognerà correre ai ripari, anticipando da parte della collettività le spese per riparare i torti subiti? Fino a quando si dovranno correre rischi e devastazione come quella avvenuta in Sicilia?
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