domenica 25 gennaio 2009

CERTEZZA DELLA PENA: UN'IPOTESI DI LAVORO

LA VERGOGNA DELLA LEGGE ITALIANA E LE DONNE OFFESE DUE VOLTE

Mi ci vuole un po' prima di riconciliarmi con la ragione. Mi è sfuggita di mano assieme alla sopportazione troppe volte messa in campo davanti a sentenze ridicole. Qui, però, da ridere non c'è niente. Soprattutto visto che l'indignazione viene fuori solo quando la politica decide di rimpallarsi colpe e responsabilità senza prendersene neppure una sulle spalle.
Mi ci vuole un po' perché francamente non te l'aspetti. Se non per il rispetto - che in questo paese davvero sta diventando merce rara - almeno per forma, si arriva a pensare. Macché. L'ultimo - ma solo in ordine di tempo, perché ce ne saranno altri - è quello di Ostia. Uno scandalo di sentenza che è difficile da mandare giù, in particolare in questi giorni, quando la capitale - dopo l'ulteriore aggressione sessuale al Quartaccio e quella ancor più recente di Guidonia - avrebbe avuto bisogno di un segnale forte. Invece la storia si ripete, uguale a se stessa e diversa da come dovrebbe essere: confessa lo stupro e riceve i domiciliari. Noi, si sa, abbiamo una signora legge. Intanto la vittima, dimessa dall'ospedale San Camillo ripete solo di essere stata abbandonata. E tutti un po' ci sentiamo così, perché diciamoci la verità: il dolore e la tragedia possono sorprendere ognuno di noi in qualsiasi momento. Ma quel che non ci dà pace alla sola idea è la consapevolezza che nessuna giustizia ci verrà mai resa. Perché in Italia, che vanta - lo ricordiamo - una signora legge, la certezza della pena è e resta un'ipotesi di lavoro. Una frase astratta come quelle parole che a forza di ripeterle suonano vuote. "Certezza della pena", sentenziano le opposte fazioni durante ogni campagna elettorale che ci piove addosso come una scure. "Certezza della pena", sentenziano i neoeletti guardasigilli. "Certezza della pena", ululano i grigi potenti davanti al primo buon proposito bipartisan da declamare a tutti i costi. E poi? Poi succede che i fattacci capitino agli altri, che guardacaso sono sempre piccoli e poveri, senza amicizie in alto loco e spesso con pochi soldi per andare in appello. E succede che chi le leggi dovrebbe almeno rileggerle e riguardarle si limita a dire che le sentenze le scrivono i giudici. Il Paese nostro è questo: quello in cui Luca Delfino, per l'omicidio volontario premeditato dell'ex fidanzata Maria Antonietta Multari ottiene 16 anni anziché l'ergastolo perché è stato riconosciuto gravato da seminfermità mentale (e infatti passerà almeno 5 anni in una struttura psichiatrica). Attenzione: i giudici hanno accolto le tesi dell'accusa (il pm aveva chiesto l'ergastolo), ma nel conteggio degli anni di condanna c'è stato un bilanciamento che di fatto ha quasi annullato l'aggravante della premeditazione. Una pena ridicola. Per inciso, va ricordato che Delfino, che il 10 agosto di 2 anni fa ha massacrato per strada a Sanremo Maria Antonietta Multari con decine di coltellate - lasciandola poi in una pozza di sangue per terra - è in attesa di giudizio per il delitto della sua precedente ex fidanzata, Luciana Biggi. Dunque lo sberleffo: perché un presunto assassino (così va considerato per il caso Biggi, per il quale ancora non c'è la sentenza) poteva andare in giro indisturbato e stare tranquillo, senza custodia cautelare. Perché noi abbiamo una signora costituzione. La mamma di Maria Antonietta ha avuto un malore, alla notizia della sentenza. Il papà ha reagito da essere umano: ha detto che la legge italiana è una vergogna e che si farà giustizia da solo, con le sue mani. Parole forti, che un paese civile dovrebbe condannare, biasimare. Dalle quali dovrebbe allontanarsi indignato, rifiutandole, non riconoscendole.
E invece guarda un po': quasi in nessuno alberga questo sentimento di lontananza totale da un'idea così apertamente difficile da condividere. Questo a casa mia significa solo una cosa: che il livello di fiducia che riponiamo nella nostra giustizia è pari allo zero. E della stessa cifra è il grado di civiltà di questo nostro paese alla deriva. Ecco, io credo che quando si arriva a concordare intimamente con chi ritiene che l'unico modo di avere giustizia sia agire individualmente, allora significa che non ci si aspetta più niente. Quando l'unico diritto, anche quello è negato.
Adesso aspettiamo. E vediamo che cosa ne sarà degli altri stupratori: quelli del quartaccio, quelli di guidonia. E tutti quelli che il futuro ci metterà davanti. Ma non facciamoci illusioni, perché neanche il gran rumore di questi giorni può nulla contro l'assurdo cieco potere decisionale. Perché, e qua sembra davvero ironia, queste donne umiliate stanno pagando un doppio conto: quello che gli ha portato in dote la sorte e quello che gli riserva lo stato per legge. E allora io, nel mio piccolo, per la prima volta mi trovo a pensare che a una signora legge preferirei uno straccio di giustizia.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Eh già, da un lato non ci si rende conto che le beste sono bestie, di qualunque nazionalità siano. Dall'altro la nostra signora legge, scaturita da un'altrettanto signora costituzione figlia di un paese lacerato e che qualcuno vorrebbe addirittura peggiorare, è percorsa da un unico filo rosso: l'oblio, e nel più breve tempo possibile.

Malgrado l'amarezza, complimenti per i tuoi racconti e il tuo essere giornalista poco omologata: la tua redazione non sarà probabilmente luogo adatto per certi voli al di sopra dell'ostacolo [parere unicamente personale], ma il tuo scegliere mezzi di espressione e/o sfogo diversi dal talk show urlato o dall'inchiesta scandalistica mi incoraggiano.

Auguri per uno splendido futuro.

Riccardo

Francesco D'Ascenzo ha detto...

Bella scrittura chiara e concisa, senza fronzoli. Naturalmente condivido i contenuti.

Francesco D'Ascenzo ha detto...

Bella scrittura chiara e concisa, senza fronzoli. Naturalmente condivido i contenuti.

Francesco D'Ascenzo ha detto...

Bella scrittura, chiara e concisa, senza fronzoli. Naturalmente condivido i contenuti. Rosa D. B.