venerdì 9 gennaio 2009

IL NUMERO TRE

Questo racconto è nato in una fredda mattina dell'anno scorso, dopo che una notizia di malasanità mi ha bucato lo stomaco e costretto a scrivere.
I personaggi sono inventati, così come la loro storia. Il fatto no.
L'ho scritto di getto, in mezz'ora. E in deroga a tutte le buone abitudini non l'ho riletto né mai corretto. Un giorno ho deciso di spedirlo.
E' stato pubblicato da Newton Compton e ha vinto il premio LuccAutori.


Al piccolo Andrea




Mi piace osservarti mentre lavori. Fai l’impresario. Hai una ditta tutta tua: te la sei costruito da solo, giorno per giorno mettendo su un’idea dopo l’altra. Hai parecchi dipendenti, guadagni bene. Vendi materiali edili: stai in ufficio dalla mattina alla sera, il cellulare attaccato all’orecchio, un’agenda da consultare. Chi l’avrebbe mai detto.

Faccio un respiro profondo. Do un colpo di reni e la sedia a dondolo oscilla. Guardo fuori, da questa stanza si vedono i tetti di Roma. Mi perdo con lo sguardo fino a che non cala il sole. Mi invade un senso di pace, di serenità. Sul vetro della finestra mi sforzo di delineare il mio riflesso. Sono invecchiato di colpo. Richiudo gli occhi. Voglio continuare a pensare a te, voglio immaginarti. Vedere la tua vita.

Ci abbiamo messo tanto, io e tua madre, per averti. Lo stress, ci dicevano. “Troppo ansiosi, rilassatevi”. E poi i primi sospetti, le analisi e tutto era sempre a posto. Ogni volta che in tv o alla radio affrontavano l’argomento della difficoltà di avere bambini cambiavamo canale, giravamo stazione.
Non ne parlavamo più, non sapevamo come prenderci.
Oggi mi sei venuto in mente così: impresario. Hai quarant’anni, non hai la fronte stempiata, non hai la pancetta di chi lavora tanto e va poco in palestra. Non mi somigli, insomma. Meglio.
Purtroppo non riesco mai a immaginare la tua voce. Mi sforzo, mi impegno. Ma i suoni è difficile inventarli.
Raccontarti la vita mia e di tua madre negli ultimi due anni significa fare un salto nel buio. Io adoro questa sedia a dondolo. A volte penso che senza sarei morto. Lei mi culla, mi coccola. Mi accarezza il corpo stanco come tua madre non sa fare più. Mi dà pace. E io ne approfitto.

Quando ancora non sapeva di essere incinta, tua madre si era allontanata da me proprio come adesso. Tu sei sempre stato uno spartitraffico tra noi: ci hai unito e diviso a seconda del momento, ci hai avvicinato e strappato in mille pezzi. Ci hai distrutto. E chissà se ci ricostruiremo mai.

Oggi sono andato a fare la spesa, ho comprato il giornale, l’ho sfogliato senza leggerlo, l’ho ammassato sui quelli dei giorni precedenti. Tua madre è andata dal parrucchiere. Facciamo una vita tranquilla, siamo persone normali.

Tu invece non eri normale. Ma nessuno se n’era accorto. Non avevi l’ano, tutto qua. Quindi per i tuoi tre giorni di vita sei stato nutrito come un bambino sanissimo e mentre parenti e amici venivano a farti visita con i loro regalini, il tuo corpo si distruggeva in silenzio.

Tua madre ti allattava e tu piano piano morivi.
Ma nessuno se ne rendeva conto.


L’altro giorno ti ho immaginato cantante. Avevi vent’anni, i capelli lunghi sulle spalle. Tutti ricci, biondo cenere. Un bel ragazzo. Alto, il fisico non troppo asciutto: suonavi il basso, la testa in giù, i capelli sugli occhi. Un po’ ti atteggiavi, ma lo capisco. Fa parte di questo mondo un po’ artistico. Non eri sul palco da solo: ti esibivi con una band. Il locale era anche abbastanza pieno, la gente era contenta, vi chiamava per nome. Voi, sul palco, vi sorridevate durante il concerto. Chissà perché i musicisti fanno così: ci penso, a volte. E secondo me è tutto un atteggiamento: i pezzi li conoscono a memoria, li provano insieme centinaia di volte. Ti pare a te che hanno ancora bisogno di sorridersi e di annuire. Ma forse sono io.
Fatto sta che ho aspettato a lungo, sulla mia sedia a dondolo. Gli occhi chiusi, concentrato: prima o poi canterai, mi dicevo. Ma appena hai aperto la bocca, la mia fantasia si è fermata. Si vede che non devo sentire la tua voce. È scritto così.

Quel giorno in ospedale me lo ricordo bene. Tutti contenti: i tuoi nonni soprattutto. Io ero andato a casa a prendere la culla, vi dimettevano. Si tornava a casa in tre. Finalmente in tre.
Maledetto il numero tre.
Il fiocco blu lo avevo lasciato in macchina, sul sedile anteriore. Non volevo attaccarlo al portone senza tua madre: eravamo d’accordo che ce lo avremmo messo insieme. Quante stupidaggini si pensano.
Quando arrivo in corsia non ci siete. Erano tutte lì, le altre mamme.
Stanche morte, belle comunque. Un caldo che non si respirava.
Aspetto qualche minuto, poi comincio a cercarvi. La caposala mi dice “attenda qui, arriva il dottore”.


C’è un fatto, in particolare che mi dà fastidio. Ed è questo: tre giorni sono troppo pochi per tutto. Anzi, tre giorni non sono proprio niente. Soprattutto per capire a chi somigliavi.
Non ho avuto il tempo, mi capisci? Non ho avuto il tempo.
Di guardarti, di osservarti.
Non ho avuto il tempo di memorizzarti.
Non sono riuscito a fissarti come un chiodo nella mia testa.
Eppure sei lo stesso il mio chiodo fisso.

Tua madre credo che non tornerà più a lavorare. Io prima o poi riprenderò il coraggio a quattro mani. Mi dicono tutti che mi farà bene rivedere gente, darmi un obiettivo. Devo smetterla di compiangermi, dicono: sono giovane.

La stessa frase che aveva detto il medico quando eravamo andati a farci prescrivere le analisi per capire perché tua madre non restava incinta: “siete giovani, datevi un anno di tempo”. Poi se è il caso, andremo a fondo. In quel caso era vero: eravamo giovani. Adesso no. Io mi sento sulle spalle una vecchiaia pesante come una montagna. E non ce la faccio a tirarmi su.

Riesco a vivere solo se ti immagino nei tuoi infiniti futuri impossibili.


E la mia mente respira: ho fatto di te persino un campione del mondo di atletica. Ti alzavi sul podio, le braccia in alto e gli occhi lucidi. Eri Carl Lewis, eri Ben Johnson.
Pensa te che cazzo mi ha detto la testa se l’unica corsa vera della tua vita te la sei fatta in ambulanza per andare da un ospedale all’altro. “Intervento disperato” ci hanno detto. Io bianco come un cencio, dice che mi tremava il labbro inferiore e mi usciva il muco dal naso. Tua madre ancora col dolore del cesareo le hanno fatto una flebo di saccarosio.
Che significa errore umano. Che significa dall’ecografia non si vedeva. Che significa faremo il possibile.

I chirurghi che ci sono venuti incontro, usciti dalla sala operatoria avevano gli occhi lucidi. Tua madre è crollata, neanche li ha sentiti parlare. Io invece ho fatto forza sulle gambe, ho spinto sui talloni, ho stretto i glutei come mi avevano insegnato a yoga.
Sentivo un gran caldo e sentivo la loro rassegnazione: niente da fare, il tuo apparato digerente era troppo compromesso.

Sono due anni che mi faccio domande che non hanno risposte. Una delle tante è se posso essere soddisfatto che il fascicolo aperto in procura per il reato di lesioni gravissime si è trasformato in un’indagine per omicidio colposo.

L’avvocato sembrava tanto contento. Io e tua madre lo guardavamo senza dire una parola. Maledetto il giorno in cui abbiamo deciso di denunciare i medici.

Oggi facevi due anni e tua madre è andata dal parrucchiere. Quando torna la porto a cena fuori. E’ tanto che non andiamo al ristorante.
Intanto che la aspetto mi dondolo un po’.
Ti vedo cameriere, forse è suggestione. Ti giri bene tra i tavoli, sei abile. Poco invadente. Lasci alle persone il tempo giusto per decidere e poi ti riaffacci cortese. Hai sui trentotto anni e porti la fede, si vede che hai trovato la persona giusta. Bravo.
Stasera se convinco tua madre a uscire, appena ci sediamo al tavolo mi scelgo il cameriere.
E la sua voce – lo decido io – è quella che avresti avuto tu.

© Chiara Lico



8 commenti:

annalisabellizzi ha detto...

Un'altra autentica meraviglia, continua così!
annalisa

Anonimo ha detto...

Sei una brava scrittrice, un'ottima conduttrice (buongiorno regione lo fai a occhi chiusi ormai :P ) e per di più sei pure bella da morire e con due occhi meravigliosi! Ma ce l'hai un difetto che sia uno??? :D

Continua così Chiara!

Chiara Lico... ha detto...

Vi ringrazio infinitamente per la pazienza che avete nel leggere quello che scrivo. Felice che vi piaccia, mi infondete molto entusiasmo...grazie davvero c

luciano ha detto...

complimenti, drammatico e toccante. interessante la figura del padre, che si arricchisce di un sentire al femminile, che esprime l'immenso silenzio della madre esaltado la drammaticià di questa impossibile storia...


luciano

Gianluca ha detto...

Le tue parole sono così profonde e ricche di phatos che riescono a farmi vedere i vari personaggi. Ad annusare le loro paure. Le loro piccole gioie...
Gianluca

Stefano ha detto...

Inutile ripetersi, sei un'ottima scrittrice, un'abile conduttrice e ci fai impazzire a settimane alterne (vedi buongiorno regione)!! C'e un gruppo in tuo onore su Facebook ci vieni a trovare??? Ci faresti un grande regalo.

Anonimo ha detto...

Cavolo, ho la pelle d'oca e gli occhi lucidi... Grazie di queste emozioni!
Alessio

Anonimo ha detto...

...un errore, una fatalità, possono causare danni ed a volte vere tragedie....nel fatto qui raccontato, la minuziosità dei particolari è tale da far apparire, chi l'ha scritto, come fosse il protagonista della vicenda...ciò denota una spiccata sensibilità che si esplica nell'immedesimarsi in chi la vicenda la vissuta davvero.
Dicevo...un errore, una fatalità....nella seconda eventualità spesso si può fare poco o nulla....nel caso di un errore "umano"...questo si può prevenire...anzi si "deve" prevenire...e la prevenzione sta alla base dell'arte medica....certo non si potrà mai prevenire tutto, ma di certo, attuando un'adeguata prevenzione, si potrebbero evitare tutti o quasi tutti i casi simili a codesto, da te narrato.....Non ho la fortuna d'avere dei figli (per ora), ma l'alto grado di desiderio d'averne mi porta a capire quale possa essere lo strazio per un genitore di perderne uno. Un saluto ed un sincero complimento per la stesura di quest'opera....la sua lettura può far bene un pò a tutti. Giuseppe C.