lunedì 12 febbraio 2007

Bel viso


Non le manca niente: un bel seno, belle spalle, un nasino che tutte vorrebbero e capelli curati. Bocca carnosa, perfetta.
Ha quel che conta.


Chiude il giornale. Non ne può più di vedersi rispettosamente osannata per meriti non suoi. E neanche fa più il discorso che un cervello ce l’ha, che aspettano a scorprirlo. Perché se la deve dire tutta chissenefrega del cervello, non gliene è mai fregato neanche a lei, perché dovrebbe fregare agli altri.

Va davanti allo specchio. E' troppo alto per lei: riesce a malapena a vedersi gli occhi. Solo gli occhi. Che strano scherzo del destino.
Sono passati quattro anni. Ma il tempo, troppo scivoloso anche per essere fermato, la riporta indietro.

Guarda i suoi occhi e li rivede come quel giorno, che si chiedeva perché, come è possibile: lo specchietto retrovisore dovrebbe farti vedere la strada, le macchine che arrivano e non i tuoi occhi.

Li richiude di scatto ma quel rumore assordante ritorna e ritornano i vetri in faccia e il dolore che non c’è subito no, che arriva dopo, e non ci sono forze per uscire da quella gabbia di ferro.

Due ore così e le mani bloccate. Ma il sangue gocciola e se lo ricorda sulle braccia, caldo, troppo caldo. Ricorda tutto, anche quel senso di impotenza e d’attesa. Poi, finalmente, qualcuno che l’ha tirata fuori dalle lamiere.

Bel viso, oggi. Bello. Ha trovato persino lavoro con questo viso e non un lavoro qualsiasi: la modella la vogliono fare tutte. Tutte.
E magari si rifanno da capo a piedi, spendono soldi e fatica.
Di che cosa si deve lamentare lei, che i soldi li ha tirati fuori tutti l’assicurazione. In faccia non aveva più un filo di pelle. Le ossa erano tutte fracassate, dalla prima all’ultima.
Di niente, non si lamenta di niente.

E’ solo che ci sono momenti in cui resta sola, proprio sola, e le viene da ripensare a sua madre, a quante gliene aveva dette per averle regalato quell’acne fastidiosa, la prima cosa che tutti vedevano.
Lei ci faceva caso: mica la guardavano negli occhi, no. La gente le parlava e le fissava le guance, poi magari si vergognava, ma a quel punto era troppo tardi: lei se n’era accorta.

Quei momenti sono come oggi, che è strano a dirsi e a capirsi, ma tutto gira, gira e gira e scivola via. E se c’è una cosa che vorrebbe, l’unica, è quell’acne, veramente sua.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

ho avuto notizie di te nei posti più insoliti e nei modi più imprevisti ma certo incontrarti tra un paio di bit, conoscendoti(?), è quasi un paradosso (forse diventerai argomento di tesi per qualche giovane matematico, chissà)! vabbè, tanto oggi le cose vanno così, inutile discuterne. Ho saputo che sei mamma! e so che lo sei meravigliosamente, oh, bada solo a non stressarlo troppo, il "lui" o la "lei"; beh, già questo basterebbe per la gioia di una vita intera ma spero che anche il contorno non sia da meno. tempo di andare va...un abbraccio amorevole e presuntuosamente anonimo.

enrico mattioli ha detto...

doloroso. conosco una persona che ha avuto un incidente. è un'altra vita, dopo. rimpiangi ogni cosa che detestavi e non puoi riaverla. devastante più di un rimpianto o un rimorso perchè non hai fatto nulla. è la fatalità che sceglie te senza nemmeno darti il nome di un carnefice. non c'è.

enrico ha detto...

doloroso. conosco una persona che ha avuto un incidente. ti mancano le cose che odiavi. devastante più dei rimorsi e i rimpianti che non hanno alcuna importanza. la fatalità ha scelto te, senza lasciare nemmeno il nome di un carnefice: non c'è.