venerdì 4 settembre 2009

I FUNERALI DEL GIORNALISMO

Dovremmo vestirci di nero e sfilare. Possibilmente in silenzio, ognuno per conto suo e avanzare cercando di recuperare una dignità a brandelli.
Dovremmo guardarci tra le mani vuote, gli occhi spenti, la testa leggera e cercar di recuperare un mestiere alla deriva, con tutto quel che ciò comporta.
Gli ultimi fatti sono il pretesto, non la ragione per fermarsi a riflettere sulle ragioni di un mestiere che sembra aver perso la bussola per esistere.
Su tutte le prime pagine di oggi domina la notizia delle dimissioni di Boffo dalla direzione del quotidiano.
Ma il caso Boffo non è la notizia del giorno, è solo la dimostrazione evidente, qualora ce ne fosse bisogno, che ormai siamo nel pieno delle celebrazioni dei funerali del giornalismo. Non è interessante entrare nel merito di una polemica tutta interna a delle logiche sovastrutturali rispetto all'informazione, né alla veridicità o meno dei fatti riportati. I quali, comunque, non hanno attinenza se non con la vita privata di chi li porta nel proprio bagaglio. Neppure sulla diversità con cui i giornali (o i telegiornali) riferiranno delle dimissioni di Dino Boffo dal quotidiano Avvenire sarà interessante soffermarsi. Tanto, almeno su un punto si può star certi: i nemici di ieri sono i santi di domani, per il solo fatto di condividere la disapprovazione verso un comune nemico. Detto questo, comunque e detto anche che era cosa ovvia aspettarsi reazioni di parte (forse dalla stampa un po' meno), quel che interessa oggi è leggere questo epidosio come la cartina di tornasole di un progressivo imbarbarimento del mestiere giornalistico le cui radici affondano, a dire il vero, negli anni Novanta - epoca in cui la stampa cominciò a farsi la guerra a colpi di inserto, non potendo (volendo?) forse più contare su scoop, inchieste e via dicendo. Da allora a oggi di tempo ne è passato e anche il processo di degenerazione di cui siamo entrati a far parte come elementi attivi (i giornalisti) o passivi (i lettori) ha avuto modo di consolidarsi.
E così eccolo, il giornalismo: riddotto a parlare di niente pur di riempire le pagine dei giornali. Costretto ad affrontare problemi di impotenza, di scappatelle, di litigi familiari, di soubrettismo arrogante, di sardegne e coste smeralde. Ma a chi interessa tutto questo? Non esistono più giornali ad hoc, peraltro specialistici, per questo tipo di informazione?
Oggi si parla di Boffo. Ma il trattare la sua vicenda è solo il frutto della degenerazione di questo mestiere: che invece di affrontare argomenti seri in modo coscienzioso, non sa più che cosa trattare, e allora tanto vale sfoderare la spada e colpire. Qualcuno prima o poi si ferirà, non importa chi. Conta mettere a segno il colpo. Conta far parlare di sé.
Davvero bisogna interrogarsi: l'episodio di Boffo è grave. Sia perché è il capro espiatorio di una situazione altra, sia perché la stampa ha dimostrato di non sapersi fermare di fronte a niente, anche quando mettere sul rogo la vittima non è neppure lontanamente funzionale a portare a galla una notizia.
Questo è il punto al quale siamo arrivati. Bisogna capire come, dov'era il precipizio che abbiamo imboccato ed estirpare il marcio. Solo così sarà pensabile risalire la china. Per il momento chi fa questo lavoro ha solo la possibilità di chinare la testa, per vergogna o rispetto, verso un mestiere che ha toccato in questi giorni i minimi storici della sua credibilità.

3 commenti:

Gianluca ha detto...

Queste parole di encomiabile ed amara autocritica, se possibile, ti valorizzano ancor di più e mi fanno venire in mente le parole del compianto Pierpaolo Pasolini.
http://www.youtube.com/watch?v=H6wRslJmUJ4
Non ti conformare Chiara.
Resisti! Resisti! Resisti!

Riccardo ha detto...

Per quanto riguarda la carta stampata condivido, Chiara, soprattutto la tua analisi storica e il tuo commento sugli anni '90 e la degenerazione da lì iniziata.
A mio [e solo mio] parere il giornalismo italiano, quello di punta, è prigioniero dello stesso trombonismo autocelebrativo di cui è vittima la scena politica: alla fine il paradosso è che leggere Feltri o Mayer [esempi a caso di cui mi assumo la responsabilità] fa poca differenza.
Per ciò che concerne la TV, i TG leggono tutti le stesse veline, cui viene data una parvenza di diversità solo a seconda del target di utenza. A volte non si usa neanche più l'accortezza di cambiare un minimo almeno il testo, a 'sto punto leggiamo Televideo e si fa prima.
Possono far eccezione le redazioni locali [il cui scopo non è "educare" il popolo ma fare molta informazione di servizio] e in tal senso vi auguro di... durare a lungo.
Aspetto con curiosità il tuo libro.
In bocca al lupo. Riccardo

Mario ha detto...

Colgo l'occasione per augurarti un buon inizio di stagione con Buongiorno Regione... e i migliori auguri anche per il tuo lavoro di scrittrice...