La saga di Michelino Burghèss viene pubblicata a puntate sul mensile satirico Buduàr.it - l'Almanacco dell'arte leggera, accompagnata e arricchita dalle illustrazioni di Milko Dalla Battista.
I primi due episodi sono già online, rispettivamente sul numero 34 e 35.
domenica 1 maggio 2016
giovedì 10 marzo 2016
IL LAIPAD COME PAPA'
Michelino e la famiglia borghese ai tempi della crisi
Da oggi in cinque puntate la saga di Michelino Burghèss.
Michelino è un bambino terribile, pestifero e problematico.E’ piccolo ma parla come gli adulti perché ha ereditato, assorbendoli, tutti i loro vizi.
Le sue avventure sono un ritratto in chiave grottesco-umoristica della famiglia borghese al tempo della crisi.
E' cominciato tutto con un solo racconto, il primo, che dà il titolo alla raccolta. La voce di Michelino, però, continuava a dire la sua e così è arrivato anche il seguito.
IL LAIPAD COME PAPA' - 1/1
IL LAIPAD COME PAPA’
di Chiara Lico
Voglio il Laipad.
Ho lasciato indizi ovunque per Babbo Natale: dentro alla scatola di biscotti a casa della zia, sotto al cuscino del letto d’ospedale della nonna, dentro al Bimby che mamma s’è fatta regalare per l’anniversario di nozze di quattro anni fa. “Adesso ti imposto come si deve”, aveva sussurrato con gli occhi fissi sul cestello sigillato e immacolato. “E vediamo se qua dentro almeno tu fai quello che ti dico”, aveva sospirato. Il Bimby non è più sigillato ma è ancora immacolato, la sua obbedienza non ha partorito neanche un ciambellone.
In effetti lo dovevo capire subito che il Bimby non era una buona idea per la caccia al tesoro. Non c’è neanche la ricetta di una torta in giro per casa nostra. In compenso abbiamo almeno un centinaio di coupon per massaggi viso e corpo calamitati sul frigorifero. E mamma li userà tutti, uno per uno.
È una certezza mamma mia, mica come quelle che ti dicono Faremo e poi non mantengono.Lei non promette e non mantiene e così, dice “Accresce la nostra autostima”.
EXTREME OUTSOURCING - 2/5
EXTREME OUTSOURCING
di Chiara Lico
Eilà, sono ancora io, Michelino.
Alla fine il Laipad non l’ho avuto perché tutti gli indizi sono andati a finire nell’aspirapolvere gestita in autonomia quasi didattica dalla nostra filippa. Ragione per cui ci ho pensato io, a sistemarla. Ma questo dopo. Filippa che non solo s’è beccata la camera che era di nonna, per cui adesso vive e vegeta con noi. Ma che tra un po’ se non stiamo attenti ci chiude fuori casa perché dentro a questi ottocento metri quadri di mura ci sta più lei che noi.
Visto che lava lei, fa la spesa lei, cucina lei.
La filippa ovviamente non si chiama Filippa. E neanche il filippo suo marito si chiama Filippo. Vallo a capire come si pronunciano i geroglifici loro, fatto sta che da noi rispondono ai nomi di Assunta e Libero. “Perché siamo democratici”, dicono i miei, “Tutti hanno diritto al lavoro e all’indipendenza. Per cui da noi una è Assunta e l’altro è Libero”.
Genny mi ha guardato strano.
“Siete fichi voi rivoluzionari a parole”, mi ha detto.
I FIGLI DEI FICHI (ma soprattutto delle fiche) - 3/5
I FIGLI DEI FICHI (MA SOPRATTUTTO DELLE FICHE)
di Chiara Lico
Sempre io, Michelino Burghèss. Burghèss è con l’accento sulla è. Burghèss.
Sentite quello che mio cugino Berni mi ha raccontato ieri: che la sua maestra è entrata in classe in ritardo perché la sua due ruote non passava tra il Suv del padre di Jacopo e la mini della madre di Nicole. Al che è partita la centesima mail dalla direzione indirizzata a tutti i genitori della classe per ricordare che non si parcheggia nei posti riservati ai disabili.
“Ma se già sapevano chi era stato….”
“Che c’entra”, ha detto Berni, “E comunque almeno la parte la devono fare. Mica se la possono prendere con il vero colpevole: quella è gente che paga, non va indispettita”.
Giusto. Mi sa che l’ecumenismo è questo, alla fine. Ma non lo dico. Lo penso e basta: sono dislessico, io.
La scuola di Berni è una scuola di fichetti, i figli dei fichi. “Soprattutto le fiche, volevo dire le madri sono uno spettacolo pazzesco”, ha detto un giorno zio Dodo a papà. Al che mi sono messo a origliare come pochi al mondo.
“Tutte gnocche che pare che c’hanno vent’anni”.
Mio padre ha alzato la testa dal Laipad.
“Gnocche che vengono a scuola con la pelliccia, ma sotto hanno la tuta”. Zio Dodo era tutto contento. “Due labbra così, due tette così, i capelli sempre a posto. Firmate, palestrate, unghiate”.
Mio padre lo ha fissato e ha scosso la testa, “Ancora così stai?” , e giù sul Laipad.
Grande pa’.
Lo capite perché mi piace da morire, papà? Perché lui è uno di quelli che “Io no alla scuola privata, dove se paghi ottieni tutto”. Noi siamo democratici, ve l’ho detto. Tant’è che andiamo nella scuola del quartiere. Certo entrarci non era facile, ce la siamo sudata la gavetta: la filippa ha preparato almeno dieci, dodici cene e alla fine un dirigente che conta oggi, un prete domani, io e Sofi siamo entrati nella scuola pubblica statale dei figli dei politici, dirigenti, imprenditori, vip e calciatori.
SUPER POLITICALLY CORRECT - 4/5
SUPER POLITICALLY CORRECT
di Chiara Lico
Eccomi di nuovo qua. Michelino per servirvi, presente all'appello.
“Oggi non è andata male per niente”, faccio cenno a Genny. Mi tocco le tasche e comincio a tirare fuori una dopo l’altra la refurtiva. Tre gomme da cancellare, due replay di quelle che con la ricarica che costano un botto ma scrivono fico, una matita sola perché mi bucava la coscia.
Tutto fregato, certo. Durante la ricreazione, ovvio. Sono un mago, nessuno si accorge di niente e il giorno dopo fioccano le mail ai genitori da parte della insegnanti con la richiesta di guardare nelle cartelle dei figli per vedere se per caso non abbiano “materiale didattico non di loro proprietà”.
“Tutto sta in come inguatti le prove, è la che si vede lo stile”, sorrido.
“Buon sangue non mente”, mormoro Genny. L’ho guardato come si guarda un cane che fa la cacca addosso a una mini cooper appena lavata. S’è messo paura e ha fatto bene, dico io. Inutile che lo dico, no? Cinque dita in faccia tanto per gradire.
Che poi alla fine io non sono tanto male, una gomma da cancellare l’ho regalata anche a quella cessa di mia sorella: “Tieni, le ho detto, cancellati i lineamenti”.
“Cretino”.
Vorrei dirle tante cose ma sto zitto perché se no va a finire che mi tira di nuovo lo smalto blu come quella volta che l’ho schivato alla grande ma poi abbiamo dovuto comprare un divano nuovo.
Alla fine non resisto.
“Dici?” Guardo Sofi, scuoto la testa. Non sarà mai come nostra mamma. Lei sì che è una professionista, a volte la guardo e cerco di riconoscerla: due anni fa sembrava la Barbie. Ma non quelle brutte che fanno adesso per far contente le racchie. Quelle politically correct, come dice la Ragnatela. Altroché. La Barbie quella fica, la vera Barbie. Senza patata e senza occhi da androide. Uno schianto, la mamma è uno schianto. Io non lo so com’era prima perché la sua faccia vera credo di non averla mai vista, poi però s’è ammalata. Plastichite, mi sa che si chiama.
BURGHESS INSIDE - 5/5
BURGHESS INSIDE
di Chiara Lico
Ieri mattina mi sono svegliato presto anche se era domenica. E quindi, tanto per cominciare ho visto ciò che continuerà a garantirmi una paghetta niente male ancora per qualche mese: cioè Sofi che tornava quatta quatta alle otto del mattino. Mi sono appoggiato alla porta, ho incrociato le caviglie una sull’altra e rassicurante ho indicato l’orologio: “Dove sei stata?”
Spettinata, paonazza, puzzolente di tutto. Che cozza, ho pensato, Ma chi ti si piglia, giusto uno sfigato. Mi ha risposto farfugliando. Ho capito subito che non ci stava con la testa.
“Bene, le ho detto: 50 euro a settimana e non ti ho mai visto”.Me ne ha date subito venti. Caro Babbo Natale, st’altr’anno col cavolo che mi freghi. Averlo saputo prima, altro che uno: cento me ne compravo di Laipad.
“Vai a letto, racchia”, rido. Violetta in salsa sciapita. La guardo mentre sfasciata se ne va a fare finta di aver dormito qui tutta la notte. Infilo i soldi nel salvadanaio a forma di sedere di donna. (Me lo ha regalato zio Dodo, a Natale).
E’ proprio vero che siamo democratici, noi Burghèss. Ma noi Burghèss, intendo: cioè io, papà, e zio Dodo. Noi siamo una realtà precisa.
Noi, e la Mummia. Cioè la nonna. Una che tratta gli altri in un modo che persino io le staccherei quella parrucca di capelli grigio-blu. Un mostro vero, più simile a una lucertola che a una donna. Con tre chiodi fissi: burraco, bridge e trincare. Ma solo quando nessuno la vede, “Se no dov’è la signorilità?”, chiede.
Se l’obiettivo era diventare come la mummia, la mia mammetta plastificata non ce l’ha fatta. Lì c’è di mezzo la genetica, ragazzi. Non è roba che improvvisi con un bisturi e due blefaro. La Mummia è la Mummia perché c’è nata così. Una che fa prima a farti piangere che a farti schifo, il che è tutto dire.
mercoledì 18 febbraio 2015
CARCERI, LA MORTE CELEBRATA SUL WEB: NON BASTA L'OBLIO
Adesso
i volti non sono più visibili. E neppure i nomi. Cancellati
velocemente, insieme alle frasi ingiuriose e infamanti che alcune guardie
penitenziarie avevano postato per gioire del suicidio, nel carcere di
Opera, di un detenuto condannato all'ergastolo. Tutto cancellato con un clic,
perché nessuno conosca l'entusiasmo condiviso per il gesto di un uomo che
rinuncia alla sua vita mentre è affidato alle mani dello Stato. Un
entusiasmo che è stato reso pubblico, condiviso, che ad alcuni è
persino piaciuto, che ha suscitato approvazione e incoraggiamento. Anche quando
i commenti, uno dopo l'altro, pubblicati sul profilo Facebook di un
piccolo sindacato di polizia penitenziaria, l'Alsippe, suggerivano ironici
consigli "disposizione più corde e più sapone". O inviti sarcastici:
"Collega, scala la conta". Tutto pubblicato, tutto visibile.
Potenzialmente anche da qualcuno che conosceva il rumeno 39enne Ioan Gabriel
Barbuta, condannato a vita per aver ucciso un vicino di casa. E' Internet, e in questo caso non è bellezza. Ma
cassa di risonanza facile e gratuita, aperta a tutti - e chi vuol
prendere prenda pure - di un'irresponsabile possibilità di far
girare parole come fossero informazioni. E' il caso di questa storia,
cominciata tre giorni fa con la morte di un uomo e culminata oggi nella
celebrazione cosciente del suo gesto sentito come riscatto per tanti. Oltraggi
non a un uomo ma a un'intera condizione, offese messe nero su bianco in
totale sprezzo della dignità umana. Dileggiata proprio da chi, quella stessa
dignità, è chiamato a tutelarla, a proteggerla. Messaggi che hanno
scatenato polemiche e indotto il dipartimento per l'amministrazione
penitenziaria a parlare di "fango" nei confronti di tutti gli
agenti impegnati a tutelare le persone che hanno in custodia. Quindi, l'avvio
di un'inchiesta interna. E poi l'intervento del guardasigilli. Potere anche
questo di Internet, va detto. Che prende e toglie senza guardare in faccia
nessuno. E che con la stessa facilità con la quale fa transitare l'osceno, fa
anche sì che l'osceno possa essere
censurato. E se sarà la giustizia a stabilire se
comminare pene - e quali - a chi si è reso responsabile di portare in
trionfo l'estremo gesto della disperazione umana, a chi scrive resta da
chiedersi fino a che punto la libertà stabilita dal potere della Rete
sia da temere se lasciata senza una custodia adeguata. Perché anche se
adesso le frasi ingiuriose e offensive sono state cancellate, è pur vero che
sono esistite. E come accade per tutto ciò che nasce e muore, un seme da
qualche parte resta e prima o poi germoglierà di nuovo. Il piccolo
sindacato, chiamato in causa, ha spazzato via con un clic le tracce
di un malessere che si è trasformato in vilipendio. Ma il vilipendio c'è
stato. L'oblio non può esserci.
martedì 3 febbraio 2015
"IO TWITTO, TU ZITTO" DA OGGI SU BUDUAR.IT
Sul nuovo numero di Buduar.it è stato pubblicato il mio post umoristico "Io Twitto, tu zitto". Uscito su questo blog il 28 Agosto 2014, da oggi, valorizzato dalle illustrazioni di Milko Dalla Battista, trova spazio nella rivista satirica online diretta da Dino Aloi e Alessandro Prevosto.
Grazie ai direttori e all'illustratore.
Per leggerlo vai a pagina 73
Grazie ai direttori e all'illustratore.
Per leggerlo vai a pagina 73
mercoledì 21 gennaio 2015
ESPLOSIONE ROMA, SE UN'ANZIANA SCEGLIE LA GIUSTIZIA FAI DA TE
Doveva
essere una notte come tante, un condominio anonimo della capitale e invece c’è
un uomo innocente che è morto, e già questo basta per far parlare di tragedia.
Ci sono 21 feriti, che dovranno capire di essere vivi per miracolo. E poi c’è
una donna, anziana, che pensa di garantirsi un risarcimento per torti subiti,
la certezza di una tranquillità che adesso lei si vede negata. Il fai da te,
insomma, come assicurazione di una pace pretesa. O, perlomeno, di una giustizia
che non si certi di vedere, dopo.
lunedì 12 gennaio 2015
CHARLIE HEBDO E L'ITALIA SI RISCOPRE AMICA DI SATIRA E VIGNETTE
“Che guerra è, una
guerra alle matite”?
Muovo il cursore verso
il basso, sposto il mouse alla ricerca di almeno un’altra frase, in questa
mail. Invece no, dopo il punto interrogativo, a capo ci sono i saluti,
affettuosi e sinceri.
Mentre ovunque mi risuona
intorno la protesta di Parigi, il suo popolo in piazza con le matite in alto. Giro lo sguardo, lo
riporto sul monitor. Una mail caduta tra capo e collo. Che mi disturba perché
mi porta a riflettere mentre in realtà io stavo facendo altro.
Precisamente stavo
cercando. Sì, esatto, cercando.
E adesso devo ricominciare da dove sono stata interrotta.
E adesso devo ricominciare da dove sono stata interrotta.
Comunque. Giacché ci
sono, mi fermo un momento sulla mail. Per poco, però. Perché devo cercare.
Guardo la firma in calce alla mail. E’ di Dino Aloi – ideatore e fondatore - insieme ad Alessandro “Palex” Prevosto e a Marco de Angelis del mensile online di satira sociale Buduàr.it. nato nel 2012 e che oggi vanta disegnatori e fumettisti da tutto il mondo.
Guardo la firma in calce alla mail. E’ di Dino Aloi – ideatore e fondatore - insieme ad Alessandro “Palex” Prevosto e a Marco de Angelis del mensile online di satira sociale Buduàr.it. nato nel 2012 e che oggi vanta disegnatori e fumettisti da tutto il mondo.
giovedì 13 novembre 2014
STRANIERI E ABUSIVI. GRADITI GLI SCONTRI FUORI LE MURA, GRAZIE
L'urlo che unisce è "Fuori gli stranieri". Non importa quali, chi sono, come si chiamano, perché non li si vuole. "Fuori" è il grido che compatta, "Via" il comando d'assalto. Lo stesso, identico lamento senza differenze di accento, da Torino a Milano a Roma.
Le grandi città. Quelle delle grandi occasioni, delle immense possibilità. I luoghi privilegiati in cui bisogna trasferirsi se si vogliono coltivare contatti e avere una carta in più da giocarsi. Le città, grandi. Quelle dove i fatti accadono prima. Che un tempo e prima di altri luoghi sono state culle della civiltà e punto di smistamento dei traffici. Privilegiate perché crocevia di incroci di culture e storie diverse.
mercoledì 8 ottobre 2014
TEATRO (OFF) CHIAMA, ROMA PASSA E CHIUDE
Gli interessati sappiano che è in scena Roma che muore. E tranquilli se siete al verde, perché lo spettacolo è gratis. L'agonia è fruibile a costo zero e ovunque, basta farsi un giro fuori dalle sale off della capitale dove si crea e si fatica per la sperimentazione teatrale. E non solo in quelle.
Osservo il volume, lo sfoglio. Ha il dorso rovinato e la copertina il lembo destro ripiegato, l'orecchio del somaro. Sì, l'orecchio del somaro. Le pagine sono sottolineate, scavate, appuntate. Non ce n'è una libera da un appunto o un asterisco, un richiamo, un rimando. Pesa il doppio rispetto a quando è stato comprato.
E' l'Inferno di Dante, ed è così: piccolo, maneggevole. Lo riguardo mentre lo sfoglio con gli occhi incastrati all'indietro: vissuto e stremato. Lo credo bene, sorrido tra me, gli si chiedeva anche di fare gli straordinari.
Osservo il volume, lo sfoglio. Ha il dorso rovinato e la copertina il lembo destro ripiegato, l'orecchio del somaro. Sì, l'orecchio del somaro. Le pagine sono sottolineate, scavate, appuntate. Non ce n'è una libera da un appunto o un asterisco, un richiamo, un rimando. Pesa il doppio rispetto a quando è stato comprato.
E' l'Inferno di Dante, ed è così: piccolo, maneggevole. Lo riguardo mentre lo sfoglio con gli occhi incastrati all'indietro: vissuto e stremato. Lo credo bene, sorrido tra me, gli si chiedeva anche di fare gli straordinari.
Mentre i giornali ci ammoniscono sul baratro in cui stanno sprofondando i piccoli teatri romani, mi tornano in mente gli infiniti pomeriggi del mio periodo liceale. Trascorsi nei teatri romani che per poche lire regalavano spettacoli sperimentali. Teatri piccoli, piccolissimi, innovativi, dai linguaggi a tratti incomprensibili, sempre affascinanti. Sale fredde, parrocchiali o municipali. Oppure importanti.
Accarezzo il volume, mi fermo sul Quinto Canto.
E vado indietro nel tempo, a più di venti anni fa. Stagione teatrale dell'Argentina. Qui ogni lunedì pomeriggio le letture della Commedia di Dante facevano il tutto esaurito.
Anche quello, di spettacolo era gratis.
Accarezzo il volume, mi fermo sul Quinto Canto.
E vado indietro nel tempo, a più di venti anni fa. Stagione teatrale dell'Argentina. Qui ogni lunedì pomeriggio le letture della Commedia di Dante facevano il tutto esaurito.
Anche quello, di spettacolo era gratis.
martedì 16 settembre 2014
FAME vs PAURA. E PERDONO TUTTI
Le morti non sono tutte uguali. Quella di Mustafa e Aydil, uccisi a trentotto e ventisei anni dal loro ex datore di lavoro che ha raccontato di averli visti entrare in casa sua con un piccone in mano, mentre andavano a chiedere stipendi arretrati e liquidazione, è una tragedia figlia del tempo della crisi.
Chi è chiamato a raccontare fatti ogni giorno ha l'obbligo di riconoscere da lontano il peso di una storia come quella dei due kosovari che in Italia hanno trovato un lavoro mai retribuito e una morte violenta.
Chi è chiamato a raccontare fatti ogni giorno ha l'obbligo di riconoscere da lontano il peso di una storia come quella dei due kosovari che in Italia hanno trovato un lavoro mai retribuito e una morte violenta.
giovedì 28 agosto 2014
IO TWITTO, TU ZITTO
C'era una volta, tanto tempo fa "Lo dice l'Ansa".
Nelle redazioni dei giornali, al solo pronunciare questa liquidità sonora, quindi dolce, il viso di chi ascoltava si distendeva, gli occhi prendevano una luce diversa, la pelle si irrorava di un chiarore luminoso. Meglio di una crema da viso giorno/notte da 200 euro al Duty Free: "Lo dice l'Ansa".
L'effetto rigenerante era garantito anche dal più semplice e trivialotto "E' uscita l'Ansa". Le toglievi la parola, sì, ma vuoi mettere il significato recondito dell'uscita, del parto, della genesi: l'Ansa che usciva sull'argomento trattato era il numero del lotto che ti portavi a casa trionfante. Tu, giornalista. Che eri pure alla moda, nel tuo genere.
Nelle redazioni dei giornali, al solo pronunciare questa liquidità sonora, quindi dolce, il viso di chi ascoltava si distendeva, gli occhi prendevano una luce diversa, la pelle si irrorava di un chiarore luminoso. Meglio di una crema da viso giorno/notte da 200 euro al Duty Free: "Lo dice l'Ansa".
L'effetto rigenerante era garantito anche dal più semplice e trivialotto "E' uscita l'Ansa". Le toglievi la parola, sì, ma vuoi mettere il significato recondito dell'uscita, del parto, della genesi: l'Ansa che usciva sull'argomento trattato era il numero del lotto che ti portavi a casa trionfante. Tu, giornalista. Che eri pure alla moda, nel tuo genere.
lunedì 25 agosto 2014
UNA PENTOLA DI FELICITA'
Mattina di una giornata qualsiasi, qualche giorno fa. Nella
testa ancora l’enfasi di ore piacevoli trascorse in chiacchiera pura con un
amico: Karoo di Steve Tesich, la sua anima doppia; la musica su dodici note e
come venne rifiutata all’inizio; il nostro comune amore per Mozart e la sua
tensione continua. Sicché il buon umore c’è. Infilarsi nella prima libreria che
si trova è un dovere. Per il proprio benessere, perlomeno. Ma soprattutto per
non dico cancellare, ma alleggerire sì, il ricordo dell'incubo del giorno
precedente, quando dentro a una libreria (un'altra), ero rovinosamente finita
contro un megapentolone gigante che troneggiava nel reparto libri per cucina,
ricette e affini. Intorno alla mega casseruola, a protezione, balde posate in
silicone antiaderente erano cromaticamente abbinate a stampini per muffins,
anche loro antiaderenti.
Detto fatto. Mi getto a capofitto nella Spa dell'anima. Incrocio le dita. E in effetti.
Detto fatto. Mi getto a capofitto nella Spa dell'anima. Incrocio le dita. E in effetti.
domenica 27 luglio 2014
QUANDO NULLA SUCCEDE PER CASO
Può
succedere, a volte, di conoscere delle persone. E di scoprire, poi, che non le
si è conosciute a caso. Che tutto è regolato, se non dominato, da un ritmo
scandito da fatti indipendenti, apparentemente dislocati in un ordine spazio
temporale che solo nel tempo delinea i suoi connotati in modo comprensibile.
Sincronicità,
le chiama Robert Hopcke in Nulla succede per caso, un lavoro
importante con un sottotitolo che è tutto un programma, se non – addirittura –
il contenuto del testo stesso: Le coincidenze che cambiano la nostra
vita.
Scrittore,
giornalista, conoscitore e studioso dell’animo umano, Hopcke aiuta ad
analizzare – decodificandoli – i nessi che collegano gli avvenimenti di ogni
esistenza. Una lettura apparentemente divulgativa, in realtà al limite del
filosofico se vero che alla fine gli strumenti che si ottengono sono
quelli dell’interpretazione dei fatti attuali e in proiezione, l’analisi di
quelli che verranno (o che sarebbero venuti dopo, se si guarda al passato). Le
sliding doors, insomma. Sì, in un certo senso.
giovedì 15 maggio 2014
MARINA, AS WE WERE
Nel giorno in cui l'ultima tragedia del mare restituisce non solo l'orrore di un dramma che continua a ripetersi, uguale a se stesso, ma anche le immagini che danno volto e corpo a dodici donne, tre bambini e due uomini morti per aver voluto un futuro migliore, sfilano davanti agli occhi le immagini di un film - nelle sale in questi giorni - che, ironia della sorte, nel titolo esprime il suono del mare, nella storia che racconta racchiude tutto quel che serve per vivere: la speranza e il sogno e nella sostanza è un tornado di riflessioni che non dovrebbe farci dormire.
domenica 4 maggio 2014
ROMA, LA SFOGLIATA E LA BASTIGLIA
La sfogliatella te la devi mangiare.
No, grazie.
Sì.
Si allontana, da un vassoio poggiato su un paio di scatoloni prende una sfogliatella. Mi guarda, la spezza e me ne dà metà. Tie’, mi dice. La prendo. E mangia, aggiunge, Che porta bene. Lo guardo, la mangio.
E oggi penso che tanto bene non ha portato.
3 maggio 2014. Sono quasi le quattro quando via Flaminia comincia a riempirsi di pullman, macchine con striscioni, camioncini di bibite, dolci e crackers che verranno venduti fino a notte fonda in carrettini improvvisati con tanto di luce al neon che illumina bacinelle cariche di mezzi litri di acqua fuori dal Gran Teatro. Napoli a Roma è una serie di striscioni improvvisati e enfasi che parte con largo anticipo. Sono dodici, li incontro a ridosso del grande parcheggio di scambio che raccoglie i pendolari del nord del Lazio che confluiscono a Roma.
Sono radunati fuori da un piccolo camper, un profilato che più ci penso e più mi chiedo come facevano a starci in così tanti. Hanno appena finito un barbecue. Qui? Eh.
Sciarpe e magliette celesti, tatuaggi di Maradona, corni portafortuna: c’è tutto quello che ci deve essere. Siamo partiti ieri sera.
Sei la giornalista? Confesso subito, Sono io. Allora domani nel servizio dici che ci hai conosciuto. Tendo ad escluderlo, voglio essere sincera fino alla fine. E allora che dici? Mettiamola così, tratto: Speriamo di poter dire che il Napoli ha vinto.
No, grazie.
Sì.
Si allontana, da un vassoio poggiato su un paio di scatoloni prende una sfogliatella. Mi guarda, la spezza e me ne dà metà. Tie’, mi dice. La prendo. E mangia, aggiunge, Che porta bene. Lo guardo, la mangio.
E oggi penso che tanto bene non ha portato.
3 maggio 2014. Sono quasi le quattro quando via Flaminia comincia a riempirsi di pullman, macchine con striscioni, camioncini di bibite, dolci e crackers che verranno venduti fino a notte fonda in carrettini improvvisati con tanto di luce al neon che illumina bacinelle cariche di mezzi litri di acqua fuori dal Gran Teatro. Napoli a Roma è una serie di striscioni improvvisati e enfasi che parte con largo anticipo. Sono dodici, li incontro a ridosso del grande parcheggio di scambio che raccoglie i pendolari del nord del Lazio che confluiscono a Roma.
Sono radunati fuori da un piccolo camper, un profilato che più ci penso e più mi chiedo come facevano a starci in così tanti. Hanno appena finito un barbecue. Qui? Eh.
Sciarpe e magliette celesti, tatuaggi di Maradona, corni portafortuna: c’è tutto quello che ci deve essere. Siamo partiti ieri sera.
Sei la giornalista? Confesso subito, Sono io. Allora domani nel servizio dici che ci hai conosciuto. Tendo ad escluderlo, voglio essere sincera fino alla fine. E allora che dici? Mettiamola così, tratto: Speriamo di poter dire che il Napoli ha vinto.
sabato 26 aprile 2014
DACCI OGGI IL NOSTRO PAIS QUOTIDIANO
Pochi giorni dopo i fatti di aprile che hanno visto Roma bruciare tra disordini incompresi, seguiti da gesti e reazioni di dubbio rigore, a Cervia apriva i battenti e veniva inaugurata una mostra fotografica che come sfondo di anni felici e fruttosi ha proprio la città eterna. Una rassegna che, come hanno voluto i curatori, è un racconto per immagini. A partire dal titolo, Pais del Cinema, gioco di parole che racchiude in sé il nome del fotografo, grandissimo, Rodrigo Pais, e un Paese, il nostro, raccontato negli anni d’oro del cinema italiano.
Incastonati attraverso i passaggi fondamentali della storia d’Italia, bloccati nelle reazioni sensibili del cronista-artista-fotografo che immortala attori, registi e set del sogno inventato dalla letteratura e riprodotto dal cinema.
Un gioco di svelamenti progressivi, dove la realtà è quella che si vede ma la verità che sta dietro è quella che solo il collegamento tra i fatti permette di capire. Una triplice narrazione incastonata in scatti apparentemente indipendenti, in realtà collegati: come nella sezione intitolata Il divorzio in Italia, ad esempio. In cui Pais documenta con le foto la prima manifestazione nazionale a Piazza del Popolo (3 novembre 1966) e parallelamente, attraverso gli scatti realizzati andando sul set di Ménage all’italiana, con Ugo Tognazzi e Romina Power, racconta come l’arte aveva percepito e poi raccontato un passo tanto importante della storia civile italiana.
Incastonati attraverso i passaggi fondamentali della storia d’Italia, bloccati nelle reazioni sensibili del cronista-artista-fotografo che immortala attori, registi e set del sogno inventato dalla letteratura e riprodotto dal cinema.
Un gioco di svelamenti progressivi, dove la realtà è quella che si vede ma la verità che sta dietro è quella che solo il collegamento tra i fatti permette di capire. Una triplice narrazione incastonata in scatti apparentemente indipendenti, in realtà collegati: come nella sezione intitolata Il divorzio in Italia, ad esempio. In cui Pais documenta con le foto la prima manifestazione nazionale a Piazza del Popolo (3 novembre 1966) e parallelamente, attraverso gli scatti realizzati andando sul set di Ménage all’italiana, con Ugo Tognazzi e Romina Power, racconta come l’arte aveva percepito e poi raccontato un passo tanto importante della storia civile italiana.
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